Fondi d’archivio che descrivono un passato ricco di storie e di persone. Mondi di carta, raccontati dalla voce del tempo, che ci guidano alla scoperta dalla vita che è stata, per capire ancora meglio quella che sarà. Documenti attuali, che sono il riflesso di una città viva e vitale. Tutto questo oggi vive a Milano, nella Cittadella degli Archivi, realtà fortemente voluta dal Comune di Milano, che è stata capace di valorizzare le nostre ceneri per erigere la meraviglia. Pensata nel 2011 dalla Giunta Moratti, la Cittadella degli Archivi ha preso vita nel 2013, spalancando le porte al pubblico solo nel 2016 e divenendo così un punto di riferimento per studenti, docenti, appassionati di storia e di arte, ma anche di semplici cittadini, ingarbugliati nei meandri della burocrazia. «A differenza di altri archivi istituzionali, il nostro non è solo un archivio storico, ma è composto, in parte, da documenti che servono alla gestione amministrativa corrente» spiega il direttore della Cittadella degli Archivi, Francesco Martelli.

A pochi passi dalle pratiche di edilizia ed urbanistica, però vengono conservati anche documenti che descrivono ciò che siamo stati. Ed è lì che comincia il viaggio a ritroso nel tempo, animato dal desiderio di scoprire, per poi capire che «nella storia non c’è mai nulla di veramente nuovo». Si riavvolge il nastro e si torna al lontano 1927, quando alcuni esploratori, finanziati dal Comune di Milano, partirono alla volta del Karakorum. Una storia di coraggio e di passione, che emerge anche dai 400 negativi fotografici, che, insieme alla documentazione annessa, hanno consentito di ricostruire una cronogeografia della spedizione, ad oggi in mostra fino al 21 dicembre nell’atrio dell’Aula Magna dell’Università degli Studi di Milano, dopo il convegno internazionale di studi che si è tenuto gli scorsi 29 e 30 novembre presso la sede universitaria milanese, cui hanno partecipato esperti da tutto il mondo. “Dall’Artico agli 8000”, questo è il titolo della mostra, che svela anche le modalità di comunicazione che i protagonisti della spedizione impiegavano per trasmettere i loro progressi in patria.

Oltrepassate le cime, passeggiando nell’archivio, si inciampa nel censimento degli ebrei milanesi del 1938, che racconta uno dei punti più bassi della storia dell’umanità. 11mila nomi di persone riportati alla luce 80 anni dopo l’emanazione delle Leggi Razziali in Italia, cui è stata di recente dedicata una mostra presso la Triennale di Milano. «Questo censimento, ritrovato una decina di anni fa, è l’unico ad essere sopravvissuto in Italia. È stato ristrutturato, riordinato e studiato da un’equipe di studiosi dell’Università Statale di Milano, in collaborazione con il Centro Documentale Ebraico. Così è nata la mostra “Ma poi che cos’è un nome?”, che si è rivelata un vero successo». Al punto da attrarre anche la Senatrice a vita Liliana Segre, deportata ad Auschwitz all’età di 13 anni. «La Senatrice Segre è venuta a trovarci in occasione dell’inaugurazione della mostra. Ricordo con immenso piacere l’incontro con lei: è una donna di 90 anni che trasmette saggezza, con l’entusiasmo di una 20enne e la carica affettiva di una bambina. È una donna che nella vita ha passato il peggio, ma che sa donare una grande forza d’animo». Scambi di battute con la Segre, hanno aperto i battenti di una mostra, che ha totalizzato più di 10mila visitatori, destinata a raccontare il lato oscuro del passato, in un luogo, la Triennale di Milano, appunto, che strizza l’occhio all’innovazione. «La scelta della Triennale di Milano non è stata casuale: all’interno di un luogo deputato al design e all’arte, la mostra si poneva come una spina nel fianco ad un pubblico giovane, che per sua naturale vocazione non manifestava interesse verso questo tema. Tuttavia abbiamo cercato di rispettare il luogo che ci ospitava proponendo delle istallazioni di design, curate dagli architetti Morpurgo de Curtis».

Nomi, esplorazioni, scoperte e rivelazioni. Queste sono solo alcune delle chicche contenute nell’archivio che descrive la storia milanese dal 1802 ad oggi, affidando ai giovani il compito di custodire il passato, per non commettere gli stessi errori in futuro. «Abbiamo attivato una collaborazione con i dipartimenti di Storia e Beni Culturali dell’Università Statale di Milano, che consente a giovani studenti, selezionati attraverso il portale dell’Università e regolarmente retribuiti, di studiare i nostri fondi d’archivio, impiegando le tecnologie avanzate di cui disponiamo, in cambio della consulenza scientifica gratuita dell’Università. Questo ci permette di studiare al meglio i documenti di cui disponiamo, senza impiegare risorse comunali, che, invece, vengono dedicate all’attività corrente». Ma le ore di studio non bastano a valorizzare le storie particolari di uomini e donne che hanno costruito il passato. Per questo è stato creato anche il progetto “Cittadella dell’Arte”, curato dalla Dott.ssa Rossella Farinotti, che, coinvolgendo 40 giovani artisti, ha consentito loro di mettere in scena il loro talento per raccontare in modo stravagante le varie pratiche d’archivio. Così, sculture, opere d’arte, mostre fotografiche sono diventati nuovi modi per conoscere la storia, raccontata da artisti giovani che vivono il presente rispettando il passato, ma donando parte della loro arte al futuro. Non solo attraverso dei tradizionali quadri, ma anche mediante dei murales o dei neon installati sulla torre degli archivi. A dimostrazione che, nella Cittadella degli Archivi, sostenuta a gran voce dall’Assessore alla Trasformazione Digitale e Servizi Civici del Comune di Milano, Roberta Cocco, il connubio passato e futuro non spaventa. Anzi, è più vivo che mai.

Lo conferma anche Eustorgio, il robot dotato di intelligenza artificiale che replica l’attività di prelievo delle pratiche che gli archivisti svolgevano in passato con il carrellino. Eustorgio, a differenza di un archivista, è in servizio 24 ore su 24 ed è 3 volte più veloce di un essere umano. «Grazie ad Eustorgio abbiamo notevolmente aumentato il numero di pratiche fornite ai cittadini ed incrementato l’organico: siamo passati da 4 a 9 archivisti. Ciò dimostra che non è vero che le macchine sottraggono lavoro all’uomo, dipende dall’uso che se ne fa». E non è nemmeno vero che tutto il digitale vien per nuocere. «Sgombriamo subito il campo da un equivoco: non si digitalizza per togliere di mezzo la carta, ma per preservarla dal contatto con gli agenti inquinanti, che sono, prima di tutto, le mani dell’uomo, e per rendere i documenti fruibili al maggior numero di persone in diverse parti del mondo. Tema diverso è, invece, quello dei documenti nativi digitali, che, però, non mi riguarda».

Non lo riguarda, perché Francesco Martelli, originario di Crema, laureato in finanza, ma appassionato da sempre di storia e di arte, ha ben chiare le finalità del suo lavoro: «Il mio compito consiste nel recuperare la documentazione passata e renderla disponibile». Custodisce la storia in un’epoca in cui del passato si sente nostalgia, quasi fosse il faro cui aggrapparsi nei momenti di difficoltà. Forse perché può esserlo davvero. «Il passato insegna ed è fonte di ispirazione. Stando in archivio, ho partorito idee che parevano brillanti. Poi mi sono guardato le spalle ed ho visto che altri prima di me avevano avuto le stesse intuizioni. Noi, oggi, non scopriamo, inciampiamo in scoperte fatte dai nostri predecessori e facciamo rivivere il passato, in un’epoca in cui, complice forse anche il passaggio al digitale, la nostra cultura non sa bene dove andrà a finire. La carta, il passato e la storia, invece, restano una certezza, sempre pronte ad indicarci chi siamo stati». E, forse, alla fine anche chi potremo essere. Ma solo se saremo in grado di preservare la nostra identità. «Ciò che siamo oggi, in termini non solo di cultura, ma anche di estetica, benessere e progresso, è il frutto di una successione proficua che si è verificata nei secoli, all’interno di un solco molto chiaro: la tradizione giudaico- cristiana. La nostra è un’identità che merita di essere difesa ed alla quale non dobbiamo rinunciare in nome di un ecumenismo che potrebbe diventare pericolosissimo». Accogliere, senza conoscersi e riconoscersi in una tradizione culturale sarebbe, secondo Martelli, la strada per un disastro irreparabile: «Il confronto proficuo tra culture diverse potrebbe esserci solo se ciascuno, conoscendo le proprie radici, le trasmettesse al prossimo nel rispetto reciproco. Solo così, forti della nostra storia e di ciò che siamo, potremo in futuro rapportarci al diverso senza paura. Perché la nostra è una storia di apertura, ma anche di progresso ed evoluzione, che merita di essere conosciuta».

 

Gloria Giavaldi

 

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