Apatici, annoiati, pigri, incapaci di scegliere. È questo il ritratto che spesso viene fatto dei giovani tra i 18 e i 34 anni, appartenenti alla cosiddetta Generazione Y. Una generazione a tutto schermo che esplora il mondo dalla propria scrivania, naviga senza limiti, approva con un like e dissente senza farsi vedere. Una generazione silenziosa, ma non per questo inesistente. Con l’avvento dell’era digitale è cambiato, infatti, il modo di comunicare. Non si può e non si deve pretendere che i giovani di oggi continuino a scrivere con penna e calamaio, perché “un tempo si faceva così”. I tempi cambiano e con essi anche le abitudini. Se in passato il cielo era pieno di piccioni viaggiatori, oggi è la rete ad essere colma di pensieri, parole, fotografie, che raccontano stralci di vita quotidiana, momenti di ordinaria follia o istanti di tristezza infinita. E questo non è né meglio, né peggio: è così e basta.

I Millennials sono cresciuti con internet e sono abituati ad affidare quotidianamente alla rete le loro disavventure. Nella stragrande maggioranza dei casi non si tratta di dipendenza, ma di semplice abitudine. Le consuetudini scandiscono la vita di ciascuno e, quando capita un imprevisto che interrompe la routine, scatta il panico. Ci si prodiga, quindi, in ogni modo per riconquistare la normalità, il proprio spazio all’interno del mondo. E, oggi, anche all’interno della rete. Ecco perché non stupisce che i giovani non riescano o non vogliano fare a meno dei social. Non perché siano dipendenti, annoiati, pigri, chiusi o infelici, ma perché sono semplicemente abituati. Abituati a raccontarsi al mondo attraverso un computer, a postare una fotografia, a riprendere l’ora stressante di palestra, o a condividere la canzone che in quel momento più li rappresenta. Perché anche questo fa parte del loro modo di essere. O forse del loro DNA.

Una recente ricerca etnografica, svolta dall’antropologa Angela Biscaldi, docente presso l’Università Statale di Milano, che ha coinvolto 46 studenti di una scuola cremasca, ha rivelato che solo 3 di loro sono riusciti a sopravvivere una settimana senza social. Tra coloro che si sono arresi prima era lampante il desiderio di colmare il vuoto connettendosi, sentendo i propri amici, trovando su Facebook lo spazio adeguato in cui poter dire la loro. Già, perché in un mondo in cui i genitori trasformano i figli in consumatori di esperienze, senza dare loro gli strumenti per ricavarsi o costruirsi spazi nella vita reale, la virtualità diventa l’ancora di salvezza, uno spazio in cui far sentire la propria voce, senza l’angoscia di dover rispondere alle logiche di una società che ci vuole necessariamente “smart”.

Internet, al pari del mondo reale, non è altro che un contenitore di storie, di vite o di persone. Buone o cattive. Sta a noi fare la scelta giusta. La rete ha abbattuto le barriere, ha trasformato il sapere da elitario ad accessibile, ha consentito di raggiungere istantaneamente parenti oltreoceano. E ha amplificato i rischi di divenire altro da sé. Di dare vita a nuove identità, perdendo l’unicità che caratterizza ciascuno di noi. Ma noi possiamo scegliere. Dobbiamo scegliere. Per non farci annientare dalla tecnologia. Per non morire in nome del progresso, ma usarlo a nostro vantaggio.

Giudicare una generazione per le condizioni nelle quali vive e per i mezzi che utilizza è un atto di ipocrisia. I giovani oggi usano i social, esattamente come gli anziani, semplicemente perché vivere nel 2018 comporta anche questo. E ciò non rende i ragazzi apatici e incapaci, ma semplicemente tecnologici. Ci si potrebbe interrogare, forse, sul perché i giovani preferiscano il mondo virtuale a quello reale. Ma, probabilmente, la risposta non piacerebbe ai più, perché significherebbe ammettere di aver formulato strategie educative fallimentari. Chi, invece, volesse davvero interrogarsi, potrebbe considerare che il problema non sono né i ragazzi, né i social network, ma il conflitto tra generazioni diverse, le cui prime attestazioni si rinvengono su un vaso d’argilla dell’antica Babilonia risalente al 3000 a.C. sul quale vi è inciso: “Questa gioventù è marcia nel profondo del cuore. I giovani sono maligni e pigri, non saranno mai come la gioventù di una volta; quelli di oggi non saranno capaci di mantenere la nostra cultura”. Forse questo può bastare per capire che giovani e vecchi, quanto ad abitudini, non sono mai andati d’accordo. Semplicemente perché, talvolta, per stare al passo con l’evoluzione del mondo è necessario cambiare. Non essere migliori o peggiori, ma semplicemente diversi.

 

Gloria Giavaldi

 

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