Umberto Bossi condannato a due anni e tre mesi. Con lui il figlio Renzo, conosciuto come ‘il trota’, e l’ex tesoriere della Lega Francesco Belsito. Un anno e sei mesi al primo. Due anni e sei mesi all’altro. L’accusa di aver usato a titolo personale i soldi del partito, formulata nel processo The Family, è stata trasformata in sentenza. Un esito infamante e implacabile per qualsiasi militante del Carroccio. Per quanto possa essere alta la motivazione, infatti, è difficile non capitolare quando il ‘capo’, un suo famigliare e uno strettissimo collaboratore vengono dichiarati colpevoli in un tribunale. I giudici non godono di una buona fama nel nostro Paese, ma una condanna è sempre una condanna. Se associata ad altri fattori negativi, come una malattia invalidante nel caso di Bossi, può diventare definitiva. Potrebbe essere sufficiente questo per azzerare ogni possibilità di sopravvivenza della Lega Nord nel mercato dei partiti.

Eppure oggi il partito che fu di Umberto Bossi è più vivo che mai. Ha conosciuto la certezza di una seconda vita. Una ‘renaissance’ inattesa ma assolutamente provata e redditizia sul piano del consenso. Un esito tutt’altro che scontato dal momento che la Lega è stata, fin dall’inizio della sua storia, una sorta di propaggine di Umberto Bossi. Primo e indiscusso esempio di quel ‘partito personale’ ormai teorizzato e diffuso. E’ questa la tendenza generale. Matteo Renzi c’è riuscito pure con il Pd, forgiato da una tradizione assembleare dura a morire. Ma l’invenzione del partito monocratico risale agli anni ’90 quando andarono in scena la resa della prima repubblica e il contestuale crollo del pentapartito. Uno scenario che ha visto nascere, per opera di Silvio Berlusconi, Forza Italia. Ma non fu il solo. Segni, Di Pietro, Fini hanno percorso la medesima strada. Tutte esperienze che, al netto di quella del Cavaliere, non sono sopravvissute. Mentre la Lega Nord sì.

Perché? La risposta forse sta tutta nella capacità di ricambio della classe dirigente e nell’emergere di un nuovo leader che ha saputo coniugare fedeltà alle origini e spinta verso il rinnovamento. Matteo Salvini, infatti, non è venuto meno all’impostazione bossiana di unire uno spirito antisistema con un pragmatismo governista che consente al Carroccio di guidare ancora oggi le più ricche regioni del Nord. Ma Salvini, oltre ad un alleggerimento anagrafico dovuto alla più giovane età, ha introdotto una visione inedita nella strategia della Lega non più chiamata ad esercitare esclusivamente un’azione di sindacato a favore dei territori settentrionali. Ha elaborato, cioè, una prospettiva più destrorsa, vicina al Front Nationale della Le Pen, capace di estendersi dal Nord al Sud della penisola, dotata del giusto mix di attualità populista e nostalgia federalista.

Una forza politica di successo ha un Dna ben preciso che non può essere stravolto. Ma per non spegnersi e non finire travolta dai mutamenti che non riesce più riflettere e a contenere in una narrazione credibile per il proprio elettorato, è indispensabile apportare modifiche al progetto iniziale. Riuscire in questa difficile impresa, significa ottenere il traguardo della sopravvivenza. La Lega Nord c’è riuscita. Non solo tiene botta ma fiorisce. (Roberto Bettinelli)

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