CREMONA - Raccontano successi e fallimenti, imprese titaniche e quotidianità, normalità e diversità. Usano le parole per far emergere storie nascoste. Perché è attraverso i sentieri meno battuti che si scoprono i panorami più belli. Lo hanno spiegato, venerdì 10 maggio a Palazzo Trecchi, Alessandra Gaetani, giornalista della Gazzetta dello Sport, Claudio Arrigoni, giornalista dell’emittente televisiva Rai, Eleonora Busi, giornalista dell’emittente televisiva Cremona 1, Alberto Francescut, giornalista del portale OSO (Ogni Sport Oltre) della Fondazione Vodafone e del blog “In coda al gruppo” della Gazzetta dello Sport e Stefano Pietta, gestore della web radio “SteRadioDj”. Al centro della tavola rotonda che li ha coinvolti nell’ambito dell’undicesima edizioni del festival inclusivo “Diversamente Uguali, la grande sfida di “Comunicare la disabilità”. A moderare il dibattito il caporedattore del quotidiano “La Provincia”, Paolo Gualandris.

Esperienze diverse, che vanno dalla radio alla tv, dalla carta stampata fino all’editoria online. Modi diversi di trattare la tematica, accumunati, però, dal desiderio di rispettare le persone. «Quando si racconta la disabilità, bisogna sempre tenere presente che, prima di ogni cosa, si sta raccontando la storia di una persona, che, in quanto tale, merita rispetto» hanno affermato all’unisono. Si tratta di persone che hanno scelto di non arrendersi alle avversità della vita e coltivare le loro abilità. Lo dimostrano, anzitutto, il sorriso e la leggerezza con cui Stefano Pietta, gestore della web radio “SteRadioDj” con una tetraparesi spastica, racconta il suo modo di vivere la diversità. «Ho trasformato la mia camera in uno studio radiofonico» racconta. «Voglio spiegare la diversità per generare cultura e consentire a tutti di ampliare gli orizzonti». Stefano è anche questo, ma non solo questo. Con la sua programmazione, che tiene compagnia agli ascoltatori ogni giorno dalle 10 alle 23, affronta anche tematiche diverse per dare una visione completa di sé e stringere nuove amicizie: «Voglio far sentire la mia voce anche per conoscere nuovi amici. Non mi piace fornire un’informazione statica. Al contrario, mi impegno per coinvolgere attivamente gli ascoltatori, che, fino ad ora, hanno sempre apprezzato i miei interventi».

Stefano non ha paura di esporsi, di far conoscere le sue emozioni più intime. Quelle che sono trapelate anche dai racconti di Alberto Francescut. «Comunicare la disabilità vuol dire raccontare le storie di chi ha imparato a trarre del buono anche dalle avversità della vita. Vuol dire fare proprio il motto “credere sempre, non mollare mai”, apprezzando, però, quella normalità straordinaria che ci troviamo a vivere». Francescut vive in mezzo ai campioni che hanno trovato nello sport l’occasione per rinascere, ma pone l’accento anche sul coraggio con cui queste persone affrontano la loro diversa quotidianità: «Il vero segreto sta nell’imparare ad accettarsi e a capire che si può fare tutto, anche se in modo diverso. Perché siamo tutti uguali, siamo tutte persone. Siamo tutti diversamente uguali».

Una consapevolezza, questa, che è maturata nel tempo, soprattutto grazie all’evoluzione del linguaggio. «In passato – spiega Alessandra Gaetani – i disabili venivano definiti “infelici”. Poi, nel tempo, il linguaggio è cambiato, focalizzando l’attenzione sulle abilità delle persone con disabilità, fino all’introduzione nel vocabolario Treccani del termine “paralimpico”». Lo sport per tutti si è fatto spazio nella nostra lingua per aiutare la società a cambiare prospettiva. Per aiutarla, cioè, a valorizzare le abilità delle persone, oltre ogni differenza. Questo è un punto di svolta, rispetto al quale anche la Chiesa si è interrogata. «Anche la Chiesa – continua – ha capito che lo sport parla un linguaggio universale, che non necessita di traduzioni, e diviene un mezzo per abbattere muri e costruire ponti».

Lo sa bene soprattutto Claudio Arrigoni, per i quali i giochi paralimpici non sono nient’altro che un appuntamento con lo sport. «I giochi paralimpici oggi hanno la stessa struttura dei giochi olimpici» racconta. «Nel tempo è stato lo sport ad insegnarci quali termini usare per mettere al centro la persona e i suoi talenti». Così il termine “disabile” ha lasciato il posto a “persona con disabilità”, il termine “non vedente” a “cieco” e “non udente” a “sordo” perché «la comunicazione basata sulla negazione non è efficace, non valorizza i talenti, anzi rischia di sminuire la persona, considerandola solo per i suoi limiti. Al contrario, lo sport paralimpico insegna che ciascuno può mettere a frutto le proprie abilità». Perché trionfare non significa necessariamente avere delle medaglie appese al collo, ma trovare il coraggio di ripartire, di sentirsi vivi e liberamente se stessi coltivando passioni, oltre ogni limite.

Oltre i campioni poi, esiste un mondo fatto di piccole realtà che provano a raccontare una storia di normalità. Quello che appassiona Eleonora Busi e la redazione della tv locale Cremona1: «Lo sport è il modo migliore per raccontare la disabilità. Perché consente di raccontare i successi di queste persone, ma anche le emozioni e le paure, abbattendo la distanza. Il nostro impegno è, infatti, quello di fornire, soprattutto attraverso lo sport, una visione complessiva della disabilità, trattandola, però, con assoluta normalità, senza pietismo e lontano dalla volontà di fare spettacolo».

Scrivere di disabilità oggi è una sfida aperta e tutta da giocare, che anche la redazione dell’Inviato Quotidiano ha scelto di cogliere, nella convinzione che il cambiamento culturale tanto richiesto passi anche dalle parole. Sul nostro portale spesso raccontiamo gli sport paralimpici, ma prima ancora raccontiamo storie di persone. Perché dietro un successo sportivo ci sono sempre persone animate dalla voglia di farcela, di dire che vivere con una disabilità non è sempre facile, ma la vita qualche sforzo in più se lo merita. Nel tempo, abbiamo capito che il modo migliore per annientare i pregiudizi è raccontare la verità, senza paura. Perché risiede molta più ignoranza in un atteggiamento pietistico o negazionista, che nella volontà di descrivere la realtà per ciò che è. Pensiamo che la diversità vada difesa strenuamente e spiegata, chiamandola con il suo nome, per generare ed alimentare cultura, per mostrare talenti diversi da quelli che le convenzioni ci suggeriscono. Quei talenti, che, per fortuna, emergono anche grazie allo sport paralimpico.

 

Gloria Giavaldi

 

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