Nei continui e maldestri attacchi di Luigi Di Maio al sistema dell’informazione c’è molto di più di una reazione stizzita per le critiche sollevate da una gran parte dei media contro la manovra finanziaria. Una manovra che, peraltro, è stata già bocciata dall’Unione Europea, compreso il numero esiguo di stati membri che finora hanno mostrato sintonia con l’alleato euroscettico di Salvini. I sospetti su Mediaset, Repubblica e Il Corriere della Sera, insieme agli annunci di un radicale repulisti da attuare nella televisione di Stato, sembano tutti segnali di una insofferenza che investe il funzionamento dell’intero sistema democratico. Non esiste infatti democrazia senza una divergenza di posizioni che possano manifestarsi pubblicamente, anche in modo acceso e polemico, ma sempre tutelando la ‘regola d’oro’ della libera manifestazione delle idee.

I 5 Stelle, peraltro, esercitano questo diritto quotidianamente attraverso la rete dei social network e dei blog che hanno utilizzato in modo magistrale ai fini della battaglia politica e della raccolta del consenso. Molto meno, invece, per avviare esperienze autenticamente democratiche capaci di agire sulla grande scala come dimostra la non gratificante partecipazione delle parlamentarie o di iniziative simili che i grillini seguitano ad indicare come le alternative al modello tradizionale dell’urna e della delega.

Di Maio, invece di attaccare i giornalisti che non condividono le sue idee e ritengono di avere le ragioni per smentire i presunti successi del suo operato, dovrebbe accettare il valore competitivo della libera informazione. Un valore che si fonda sulla diversità e sulla lecita conflittualità delle opinioni. La democrazia, infatti, è per sua natura competitiva e nasce dall’opportunità di ospitare più voci che si misurano nella medesima arena sociale oltre che da una costante rivalità fra i gruppi d’interesse che possono essere di natura economica, politica o religiosa. Tra questi c’è anche il Movimento 5 Stelle che si configura come un attore legittimo e che, allo stato attuale, beneficia di un indubbio credito presso larghi strati della popolazione italiana. In quanto tale, ci si aspetta dunque che dia il proprio contributo senza cedere alla tentazione di mettere definitivamente fuori gioco gli altri competitori.

L’opinione pubblica nasce dalla molteplicità delle testate giornalistiche, ognuna delle quali deve essere libera di intercettare i lettori raccontando i fatti, proponendo la propria visione ed esprimendo il proprio carico valoriale. Se i giornali scrivono che la manovra non farà il bene del Paese Di Maio non deve gridare al complotto perché alti prima di lui, da Berlusconi a Renzi, hanno subito un trattamento analogo consapevoli che in democrazia un governo si assume l’onere delle decisioni pubbliche fornendo contestualmente ad altri la possibilità di emettere i giudizi. Che possono essere negativi o positivi. 

Di Maio ora accusa di ‘vittimismo’ il mondo dell’informazione che, giustamente, ha reagito davanti agli attacchi con un’azione di immediata e tenace autotutela. In realtà chi accampa alibi è proprio il vicepremier che, avendone il diritto, ha promosso con il proprio alleato una legge finanziaria inadueguata producendo l’impennata dello spread e compromettendo i risparmi degli italiani. Alcuni giornali, come il Fatto Quotidiano, gli hanno dato comunque ragione. Altre testate, invece, non l’hanno fatto. Non si capisce dove stia il problema. E’ la democrazia. Forse il capo politico dei 5 Stelle dovrebbe impegnarsi a migliorare il contenuto del Documento di economia e finanza invece di gridare al complotto del sistema dei media. La democrazia serve soprattutto a questo. Diventare migliori attraverso il confronto con gli avversari. (Roberto Bettinelli)

 

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