“Cucunah” è una parola conosciuta e quindi viva, per pochi. Solo sentita e dal significato incerto, per alcuni. Ignota, per i più. Cerco di aiutare. E' un verbo intransitivo e definisce un'azione. E' onomatopeico, cioè il suono della parola indica a cosa e a chi ci si riferisce, togliendo le consonanti il suo significato diventa evidente: ...uh ...uh ...ah, ah (con la “a” finale chiusa e un po' nasale). Sono i primi suoni che un bimbo di due/tre mesi fa per iniziare a esplorare la propria voce, sono il suo primo richiamo ai genitori.

La bellezza del dialetto!

Cucunah è, in modo esteso, l'insieme dei comportamenti normali del bambino che si affaccia al mondo: è come chiama, imita, cerca, guarda, fissa, ride e si muove. Se un bimbo cucuna (presente e terza persona singolare quindi con la “a” aperta) manifesta che è passato indenne dai rischi connessi alla nascita, che tutto è andato bene e che avrà uno sviluppo normale.

Un segnale estremamente importante per lui e per la comunità. Attualmente ci si rivolge al pediatra per avere questa informazione; per la generazione precedente la mia era esperienza diffusa, parte della cultura del gruppo, un significato condiviso e identificato con una parola specifica (significante).

Io l'ho imparato da mia mamma che mi faceva vedere i piccoli bimbi del cortile o del vicinato. Ho pensato a lei quando ho sentito il grande neuropediatra infantile Milani Comparetti affermare che l'esame neurologico del bambino sotto l'anno si fa osservandolo. Durante gli studi, alla fine del capitolo che descriveva lo sviluppo neurologico nei primi tre mesi di vita, scrissi “cucunah” e non ebbi bisogno di rileggerlo.

Ho usato questo verbo all'inizio della mia professione. Quando entrava nel mio studio un piccolo bimbo accompagnato anche della nonna  (quelle del mio paese erano immancabilmente segnalate prima da mia mamma), dopo l'accoglienza mi rivolgevo a lei, in modo diretto e con sguardo complice, domandando: “Al cucuna?”. Stupita dal fatto che io conoscessi il verbo, compiaciuta per il ponte culturale stabilito con una parola identitaria, rincuorata dal ruolo di sorveglianza sul nipote che implicitamente le attribuivo, col volto illuminato da un sorriso aperto, rispondeva: “Sé, sé dutur al cucuna, al cucuna” (iterazione rafforzativa tipica del dialetto cremasco).

Nel tempo questa mia domanda è stata sempre meno compresa al punto che ho smesso di porla.

Ho deciso di scrivere perché quando una parola e il significato che indica muoiono, se nessuno li ricorda, è come se non fossero mai esistiti. Un verbo e un significato così belli non meritano questa fine... Se penso poi che è nato petaloso...

Altri significati provengono dalla mia infanzia e sono stati sentiti. Scupasù, schifiòt, sciafa, cirlec, goga e gnòc erano, in scala ascendente per dolorosità, le punizioni che i ragazzi ricevevano in relazione alla gravità delle marachelle combinate e all'età.

Di pertinenza materna erano:

Scupasù. La sculacciata, il nome deriva da “scopa” perchè era frequentemente usata al posto delle mani.

Schifiòt. Un colpo con la mano aperta, un po' trattenuto se diretto al volto, più violento se l'obbiettivo era il capo.

Sciafa. Onomatopeico, è il rumore che si sente quando una mano aperta incontra violentemente la nostra guancia.

Di pertinenza delle grandi e forti mani dei padri erano:

Cirlec. Avviene trattenendo con il pollice il dito che deve colpire, l'indice o il medio, ed esercitando sullo stesso la forza muscolare mirante all'estensione. Aprendo di scatto il pollice il dito trattenuto si libera e, se alla metà del percorso che lo porta all'estensione completa incontra la testa del bambino, ha un impatto cineticamente significativo che produce un dolore intenso localizzato anche se non di lunga durata. Ci vuole una certa arte ed esercizio.

Goga. Dalla mano tenuta a pugno spunta la prima falange del dito medio che è il punto d'impatto. La mano è tenuta verticale e, con un rapido movimento di polso, colpisce di striscio la testa del bambino di solito ai lati o dietro. L'effetto è più intenso e duraturo del cirlec.

Gnòc. La mano orizzontale chiusa a pugno. Un rapido movimento del polso verso il basso porta a impattare con le nocche il vertice del capo. E' il punto più alto della scala, lascio alla fantasia di ciascuno immaginare le conseguenze.

Erano punizioni intense, ma brevi e conclusive, che servivano a contenere e indirizzare l'esuberanza dei ragazzi. Un messaggio chiaro e sbrigativo consono a una società nella quale il lavoro toglieva il tempo per le parole. Erano usate anche per veicolare in modo sintetico due significati esistenziali: il primo relativo al senso di responsabilità, il secondo al modo con cui si superano i conflitti.

Se in occasione di una marachella osavi dire: “l'o mia fac aposta”, la punizione veniva ripetuta alzando di un grado l'intensità della stessa. Le parole che accompagnavano erano: “Mancarès apòa chela, ma ta l'et fai te”. Se i genitori scoprivano che ti eri picchiato con qualcun altro “ta ciapaet al rest” perchè: “Per tacah lite toca es an du”, “Chest che l'è per la tò part”. Più raramente ma molto bello: “Per fa 'na crus ucor du broc”.

I ragazzi conoscevano perfettamente le regole. Infatti mai il “non averlo fatto apposta” era invocato come giustificazione; inoltre le liti erano accuratamente taciute e si cercava di mascherare eventuali ferite di guerra. I pochi che trovavano accoglienza presso i genitori, i quali poi si lamentavano coi nostri provocando il “resto” che avevamo cercato di evitare, venivano giudicati mammolette  e sentiti estranei al gruppo.

Il “ma ta l'et fai te” indica che l'inconsapevolezza non esime dalla colpa. Gli errori sono intrinseci alla vita, è scontata la loro involontarietà; ma sono comunque espressione di parti di noi non utili e che dobbiamo conoscere, di cui dobbiamo farci carico. La responsabilità è la capacità di riconoscere i propri errori cui fa seguito un impegno a rispondere, a noi stessi e agli altri, delle nostre azioni e delle conseguenze che ne derivano.  In questo modo gli errori diventano i mattoni con cui costruiamo la nostra consapevolezza, il nostro essere nel mondo.  Per S. Agostino il peccato è l'errore che si ripete uguale perché non è riconosciuto (consuetudo), mentre felix culpa è l'errore di cui si capisce l'origine e che aumenta la coscienza di noi stessi. Hans Jonas sostiene la necessità di applicare il principio di responsabilità ad ogni gesto dell'uomo che "deve" prendere in considerazione anche le conseguenze future delle sue scelte e dei suoi atti.

Il “Chest che l'è per la tò part” indica che per discernere ed eventualmente superare le innumerevoli conflittualità che incontriamo in ogni aspetto della vita è indispensabile saper riconoscere quale parte, grande o piccola non importa, noi abbiamo avuto nel generare o alimentare il conflitto. Il togliere la nostra parte dalla contesa è il primo passo per poterla affrontare al meglio e per trovare il possibile modo di andar oltre. Vedere i nostri torti permette di vedere meglio le nostre ragioni, ma anche i torti e le ragioni degli altri. Cercare di sussumere e comprendere le ragioni dell'altro permette di andare oltre la dimensione solo privata e di entrare in una dimensione più grande. Nell'antica Grecia coloro che vivono solo la dimensione personale erano chiamati idioti, per questo erano esclusi dalla politica.

Da ragazzi noi abbiamo ricevuto, sia per testimonianza sia in modo molto diretto ed energico, una direzione etica che apparteneva a tutti i componenti della comunità. Non importa quanto ne fossero consapevoli, era un significato esistenziale presente e condiviso, nato chissà quando e trasmesso da generazioni perché inerente al vivere e al ben-essere dell'uomo. Ora in poco tempo tutto è svanito perché al progresso senza cultura non interessa l'uomo, interessa solo il consumatore.

 

Emilio Canidio

 

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