Ogni operazione dio salvataggio, soprattutto in politica, ha dei costi. E questi non possono essere superiori ai vantaggi. Altrimenti anche colui che l'ha promossa e portata a termine, rischia di esserne travolto. 

Per dirla in modo più discorsivo se è possibile rinviare il provvedimento sulla legittima difesa, come ha già fatto Salvini per venire incontro alla richiesta di aiuto del collega vice premier Di Maio, su altre partite cruciali per lo sviluppo del paese la Lega non può permettersi di tergiversare.

Tav e autonomia delle regioni del Nord, per esempio, non possono più aspettare. In entrambi i casi si registra una contrapposizione tra la posizione degli alleati ma Salvini non può concedere altro tempo ad un Di Maio che fatica a compattare le file e che viene sempre più contestato dalla fronda interna pentastellata. La Tav è un’opera cruciale che vale 50mila posti di lavoro, serve alle imprese nella regione del Nord Ovest, la più evoluta sul piano economico, non lede i diritti dell’ambiente e inserisce l’Italia settentrionale nella rete dell’alta velocità europea.

L’autonomia, chiesta a gran voce dai cittadini lombardi e veneti che hanno espresso a tale riguardo un voto pressoché unanime, ha il significato di un riequilibrio tra centro e periferia dando a quest’ultima la possibilità di gestire meglio le risorse, in prossimità dei cittadini beneficiari, creando finalmente i presupposti per un federalismo responsabile. E’ una sfida epocale che può servire alle regioni meridionali per innalzare, tramite il criterio dei costi standard calibrato sui più efficienti territori del nord, la qualità dei servizi acquisendo una prospettiva meno assistenzialista e più europea.

E’ noto che sia sulla Tav sia sull’autonomia i grillini temono un contraccolpo negativo sul fronte del consenso proprio all’interno del bacino meridionalista che ha rappresentato il motore della grande affermazione elettorale dello scorso 4 marzo. Salvini, che vuole dare un seguito all’avventura del governo Conte, sa bene che di Di Maio è in una situazione di estrema fragilità e proprio per questo motivo ha deciso di accantonare temporaneamente la legge sulla legittima difesa che è idealmente invisa al popolo grillino.

Ma ormai è questo stesso popolo che si sta allontanando dal Movimento 5 Stelle o piuttosto dalla sua versione governativa e non più di partito specializzato nell’arte della protesta. Friuli, Molise, Abruzzo e ora anche la Sardegna. La vittoria di Christian Solinas nelle ultime elezioni regionali ha decretato il crollo del Movimento 5 Stelle ed è il segno di una tendenza diffusa nel paese che premia nettamente il centrodestra unito. Un centrodestra, è inevitabile riconoscerlo, a guida salviniana.

Ma il 10% ottenuto dalla Lega nelle elezioni sarde rivela che il ‘sogno autonomista’ non è praticabile e che Matteo Salvini, per quanto abile nel costruire un ampio consenso, non può pretendere di rappresentare tutto il centrodestra. Sono i dati a dirlo: la Lega risulta essere primo partito della coalizione ma accusa un calo di 13mila voti rispetto alla tornata dello scorso 4 marzo. Forza Italia ne perde molti di più, circa 70mila, ma è pur vero che la forza aggregata che si fonda su un’alleanza estesa a Fratelli d’Italia e alle liste civiche consente di raggiungere il risultato schiacciante del 51, 8% dei voti. Tra queste indubbiamente ha spiccato il Partito Sardo d’Azione, guidato da Solinas, terza lista in assoluto. Il Pd è ancora il partito più votato anche se non riesce ad arrestare l’emorragia. Per i grillini, invece, il confronto delle urne si è tradotto in una debacle senza precedenti dal momento che il partito di Di Maio ha lasciato sul campo 300mila voti. Una disfatta totale che mette in luce una crisi che non può essere imputata alla ‘località’ della prova come stanno tentando di fare i leader pentastellati.

E’ del tutto naturale che una situazione di questo tipo, con un Salvini trionfante e con un DI Maio depotenziato dall’ennesima sconfitta, generi problemi per l’esecutivo in carica. Ed è altrettanto naturale che Di Maio venga fortemente contestato da chi, all’interno del movimento di Grillo, giudica troppo remissivo il comportamento della compagine pentastellata rispetto all’alleato. Un esito, peraltro, assolutamente prevedibile vista la posizione tropo anti-sistema del M5S che una volta accettata la coabitazione con la Lega nel governo ha dovuto rivedere in modo radicale i propri messaggi venendo meno a tante delle promesse avanzate nella campagna elettorale. E’ emersa anche, in alcuni ruoli chiave dei dicasteri, una certa difficoltà ad uniformarsi ai nuovi ruoli decisionali. Ma la crisi dei 5 Stelle non deve trasformarsi nella crisi di un paese che è chiamato ad affrontare sfide importanti e difficile come la recessione alle porte che è stata ampiamente annunciata dai commentatori più autorevoli ma che i rappresentanti grillini del governo si ostinano a negare.

Tav e autonomia servono. Sono i cittadini e le imprese ad invocarne la realizzazione. E si tratta principalmente di elettori del centrodestra. Se Di Maio si oppone per rimanere in sella all’esecutivo e al movimento di cui è il capo politico, Salvini non può cadere nella trappola attendista. L’asse Lega-FI-FdI si qualifica già come la realtà in grado di esprimere una nuova maggioranza mentre la spirale negativa dei 5 Stelle dimostra che la politica deve saper dare risposte in tempi utili. E quando ciò non accade, gli elettori sanno bene con chi prendersela. (Roberto Bettinelli)

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