Che il governo gialloverde abbia un presente garantito, è piuttosto evidente. E' meno evidente, invece, che fine abbia fatto il 'vecchio' centrodestra ed in particolare quale siano le condizioni in cui versa la forza politica che un tempo ne era la più convinta ispiratrice: Forza Italia.

Anche se prima, forse, sarebe utile aprire una breve parentesi sullo stato di salute della maggioranza che fonda l'attività dell'esecutivo guidato dal premier Conte che, finora, ha dimostrato di poter reggere il colpo grazie anche e soprattutto alla volontà indissolubile degli azionisti Di Maio e Salvini di procedere nel cammino comune. Lega e Movimento 5 Stelle, infatti, stanno mostrando una sorprendente flessibilità per venire in aiuto l’una dell’altro al momento del bisogno: i grillini hanno digerito la linea dura sul tema migratorio; il Carroccio sta mediando con i ceti produttivi del Nord per fare in modo che il 'decreto dignità' non venga recepito come un tradimento delle promesse elettorali.

E il centrodestra? La domanda, per trovare una risposta, spinge inevitabilmente a guardare in direzione di Forza Italia. Il partito azzurro, ha spiegato il presidente Berlusconi negli ultimi interventi, è alle prese con un processo di rinnovamento. Nell’incontro con i parlamentari e con gli eurodeputati avvenuto in settimana a Roma, il fondatore di Forza Italia per la prima volta ha detto esplicitamente che nel partito dovrebbe essere attivata una vera ‘democrazia di base’. L’analisi è impeccabile. Bisogna ora passare ai fatti. 

Il termine democrazia, in politica, è sinonimo di competizione. Forza Italia, in sintesi, deve avere il coraggio di diventare democraticamente matura, invertendo una prassi consolidata che è in auge a partire dal ’94. Ciò significa che deve essere resa finalmente contendibile la leadership nazionale. Fermo restando che Silvio Berlusconi non deve e non può essere marginalizzato o dimenticato, ma al contrario valorizzato attraverso un nuovo corso in cui poter esercitare il duplice ruolo di regista della transizione e padre nobile in merito alla tutela di un legame con la tradizione politica liberale e cristiana, il partito deve aprirsi alla contesa interna. Non c’è altro modo, infatti, per rivitalizzare una forma organizzativa che altrimenti rischia di degenerare irrimediabilmente nella paralisi e nell'asfissia.

La ‘democrazia di base’, per utilizzare le parole di Berlusconi, deve interessare simultaneamente il centro e la periferia del partito. Non solo il vertice, quindi, ma anche la scala dimensionale periferica che riguarda i comuni, i territori provinciali e le regioni. Il rinnovamento deve essere esteso e capillare tanto più che l’abitudine di ricorrere con frequenza al meccanismo delle nomine dall’alto, ha prodotto un ceto dirigente che molto spesso è privo della capacità di gestire le dinamiche del consenso e risulta totalmente sganciato dai territori di elezione.

La sfida è grande e difficile, ma è richiesta con un’urgenza dettata dal crollo nei sondaggi, con Forza Italia ormai al di sotto dell’8%, e ripropone con forza il tema della congressualità. Un tema che, giustamente, non è sfuggito ad Antonio Tajani nel momento in cui è stato indicato da Silvio Berlusconi come vive presidente nazionale di Forza Italia. Un incarico che agli occhi molti, e non a torto, è stato interpretato come un’investitura per la successione. Il presidente del parlamento di Strasburgo subito dopo l’annuncio di Berlusconi, infatti, ha dichiarato l’avvio di una stagione dei congressi. Un orizzonte legittimo, opportuno e che deve essere predisposto al più presto anticipando le elezioni europee del maggio 2019.

Un partito aperto al contributo della società civile, e che vuole incamminarsi lungo il sentiero di un autentico rinnovamento, non può sottrarsi alla verifica del voto popolare. Anzi, deve ricercarla nella consapevolezza che è questa, in democrazia, la prima tappa della ripartenza.

Cambiare per rafforzarsi e ridare linfa ed equilibrio al centrodestra. L’alternativa è lo status quo ossia l’immobilismo che a tendere non può che decretare la passiva accettazione di una massa critica dei consensi che sta premiando non il centrodestra, ma il binomio Lega e del Movimento 5 Stelle che ha ormai superato quota 60%.

Un risultato che batte di gran lunga il 40% di una potenziale alleanza formata dal Carroccio, dagli azzurri, da Fratelli d'Italia e dal residuale gruppo centrista. Un risultato che, in prospettiva, rischia di vanificare la virtuosa esperienza politica che il centrodestra ha saputo costruire alla guida delle principali regioni italiane e che anche nelle più recenti elezioni amministrative ha ottenuto vittorie brillanti. (Roberto Bettinelli)

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