Il premier spagnolo Mariano Rajoy avrebbe fatto meglio a non ordinare l’intervento armato per sospendere il referendum per l’indipendenza della Catalogna. Le immagini degli scontri nei seggi e nelle vie di Barcellona hanno fatto il giro del mondo e certamente il governo di Madrid non ne esce a testa alta. L’eccesso di durezza ha inevitabilmente lesionato l’immagine e la reputazione di una nazione che oggi viene indicata da molti commentatori internazionali come in preda ad un rigurgito di autoritarismo e franchismo.

Ma se è vero che la repressione ordinata dal governo non ha consentito di poetare a termine il voto in tutte le sezioni è altrettanto vero che la nascita di un nuovo Stato non può essere suggellata da un consenso pari a meno della metà dei cittadini. Il sì ha vinto ma non in una misura trionfale. Già nel novembre del 2014 il referendum informale aveva dato un esito tutt’altro che incoraggiante: l’80% degli elettori aveva sostenuto le ragioni degli indipendentisti ma solo il 36% dei catalani aveva presenziato alle urne. Rajoy avrebbe dovuto attendere l’esito del voto fidandosi dei precedenti e dei sondaggi che davano sì in crescita le persone favorevole all’indipendenza ma non in una dimensione tale da far capitolare una volta per tutte la possibilità di una Catalogna spagnola. 

La reazione precipitosa del governo in parte va ricercata nella fragilità di un esecutivo che dopo il voto del 2016 ha resistito pochi mesi e solo l’astensione di un Psoe (Partito Socialista Operaio Spagnolo) ridotto a brandelli ha consentito al popolare Rajoy di rimanere in carica. Può apparire strano ma nelle democrazie avanzate sono proprio le alleanze più instabili che rinunciano alla visione assembleare della politica ricorrendo a soluzioni affrettate. Il premier non eletto Matteo Renzi in Italia, imponendo una riforma costituzionale ostile al regionalismo, ha commesso un errore analogo.

Rajoy non è l’unico ad avere sbagliato. Il presidente della Generalitat Carles Puigdemount, dando corso alle aspirazioni indipendentiste più radicali di Mas e Pujol, ha trascinato il popolo catalano in un vicolo cieco. L’obbiettivo della ‘disconnessione’, equivalente ad una vera e propria secessione, non poteva essere accolto da Madrid soprattutto dopo il veto del tribunale costituzionale. Una sentenza vincolante sul piano giuridico che avrebbe dovuto rallentare se non fermare l’azione dei separatisti, riconducendoli verso obbiettivi meno dogmatici e praticabili.

Lottare per un federalismo accentuato e rinunciare alla qualifica di nazione ammettendo il primato dell’unità in un contesto di più spiccata autonomia amministrativa e finanziaria. E’ questo il traguardo che dovrebbe porsi una leadership responsabile e non annebbiata da un falso mito indipendentista che anche nel rapporto con l’Unione Europea rischia di essere più penalizzante alla luce del minore peso dei territori rispetto alle entità nazionali.

Il governo catalano ha certamente forzato la situazione superando il limite, complice l’inattività dei Mossos in odore d’insubordinazione, ma Rajoy è caduto nella trappola di rispondere con le armi ad una lecita richiesta di libertà che oggi molto più difficilmente può essere incardinata dentro una piattaforma programmatica equa e condivisibile. (Roberto Bettinelli)

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