«Sui cantieri Stx Macron fa gli interessi dei francesi? Non è detto che alzare barricate contro la maggioranza a Fincantieri sia la mossa più conveniente per l’Eliseo. La sensazione è che non siano in gioco i posti di lavoro, che l’industria italiana avrebbe comunque garantito. Il tempo svelerà con chiarezza le carte di Parigi. Al momento possiamo dire che si tratta di una scorrettezza bella e buona, visto che l’Eliseo si rimangia gli impegni presi da Hollande. Un voltafaccia che, vista l’importanza dei cantieri di Saint Nazaire, contrasta anche con l’idea di una politica di difesa comune in UE».

L’europarlamentare di Forza Italia Massimiliano Salini critica duramente la decisione francese di «nazionalizzare temporaneamente» i cantieri Stx ma invita ad essere concreti e a finirla una volta per tutte con la retorica dell’Europa unita: «Quella che il presidente francese ha esibito in campagna elettorale - spiega l’eurodeputato - è una serie di slogan che oggi fa a pugni con la realtà, dove ad avere la meglio sono gli stati dotati di maggiore forza». 
 

In che senso?
«Quel che sta accadendo è un film già visto a Bruxelles in molti settori della recente e altalenante storia economica europea. Dai gasdotti al mercato, dai satelliti ai porti: al di là delle dichiarazioni pubbliche di rito, ogni capitale persegue anzitutto i propri interessi. Che non è detto coincidano con quelli dell’UE, come dimostra in modo evidente l’attuale tensione su Fincantieri, che smentisce clamorosamente la retorica ultra europeista». 
 

Siamo alla legge del più forte?
«Indubbiamente chi ha più forza riesce a perseguire con maggiore efficacia gli obiettivi nazionali. Di certo non può farlo chi dorme sul piano politico, come negli ultimi tre anni il governo italiano guidato dal PD. Dobbiamo aprire gli occhi: sconfitto al referendum del 4 dicembre il centrosinistra ha tirato a campare, mentre il tran tran istituzionale dell’UE continua a generare un torpore da cui l’opinione pubblica rischia di svegliarsi solo con queste batoste. E, come per tutti i risvegli improvvisi, sono shock dolorosi da cui poi è difficile riprendersi». 
 

Cos’è cambiato? 
«Nulla. Solo che di fronte agli asset strategici dei cantieri contesi, una presidenza francese vigorosa e non agonizzante com’era invece quella di Hollande, decide di mostrare i muscoli. Non c’è da stupirsi di Macron. Per certi versi incarna semplicemente la storia della Francia. In questo caso, però, va detto che l’UE dovrebbe avviare una seria autocritica. Sul caso Saint Nazaire si incrociano temi di rilevanza europea: concorrenza, difesa comune, politiche industriali. E’ inaccettabile che la legittima rivendicazione degli interessi francesi danneggi le nostre imprese». 
 

Dobbiamo archiviare definitivamente l’immagine del ‘liberale Macron’?
«Se accadrà, la nazionalizzazione dei cantieri di Saint Nazaire sarà un intervento a gamba tesa della politica nell’economia in un’ottica squisitamente protezionistica. Come giustamente ha osservato più di un commentatore, il governo italiano non si è comportato così nella conquista di Telecom da parte di Vivendi. Che in Macron, fin dall’inizio, ci fosse poco di liberale era un sospetto. Oggi ne abbiamo la conferma. Al netto del debito pubblico, sul piano economico la Francia non è messa meglio dell’Italia. L’impressione è che l’Eliseo stia cercando di nascondere i problemi sotto il tappeto utilizzando le armi di cui dispone - un esecutivo forte e il prestigio della potenza militare - per riaffermare il proprio peso in Europa. Soprattutto di questi tempi, un contro bilanciamento allo strapotere di Berlino è utile, ma non a discapito del Sud Europa». 
 

Si riferisce alla Brexit? 
«Certo. Come ho detto in altre sedi, è da irresponsabili, a Bruxelles, trattare l’uscita della Gran Bretagna mostrando i muscoli. Londra è da sempre il contro canto più efficace alle inclinazioni egemoniche di Berlino. Finora ha costretto i tedeschi ad una dialettica dal valore profondamente democratico, facendo capire, talvolta in modo ruvido, che gli interessi della Germania non sono né gli unici, né quelli prioritari in UE. Il problema è che all’orizzonte della Brexit non si intravede nessun nuovo contrappeso. E la Francia di Macron, muovendosi come un elefante in una cristalleria, rischia di mandare definitivamente in pezzi la già precaria unione tra Paesi membri». 
 

Come dovrebbe muoversi il governo italiano? 
«In questo scorcio di legislatura resta ben poco da fare. E’ giusto che lo Stato reagisca con ogni strumento legittimo a tutela di un’azienda strategica qual è Fincantieri. Ma il problema nasce da lontano e spetterà al prossimo governo, auspico di centrodestra, mettervi mano in modo serio. Negli ultimi quattro anni l’esecutivo PD ha solo perso tempo. A Bruxelles Renzi è visto come un leader screditato e inaffidabile. Ha fallito le riforme economiche e istituzionali indispensabili a dare maggiore forza e autorevolezza all’Italia. L’effetto è disastroso, con ripercussioni negative su più fronti, dai migranti all’industria. Anche sulla Libia andiamo al traino». 
 

Il vertice convocato a Parigi da Macron con al-Serraj e Haftar è uno schiaffo all’Italia?
«Non vedo come definirlo in altro modo. Per esperienza e interessi strategici, da sempre Usa e Onu ci indicano come il paese cui spetta la governance dell’interlocuzione con la Libia. In questo caso, anche se è tutto da vedere quanto la road map di Parigi sarà rispettata dalle parti, Macron si è mosso per primo e in solitaria, restituendo all’opinione pubblica l’immagine di un leader muscolare che risolve i problemi». 
 

Quali sono gli errori principali del centrosinistra italiano? 
«E’ intollerabile e grave che dopo tre anni di emergenza migranti, il PD arrivi a raccontare la verità, ossia che l’unica soluzione è fermare le partenze in Africa, solo per paura di perdere le elezioni. Sul fronte interno, poi, occorre smetterla di votare leggi che prevedono stanziamenti a pioggia per procurarsi voti - come avvenuto con gli 80 euro - e affossando sempre di più i conti dello stato. Sul debito pubblico serve una sterzata che ci metta al riparo degli attacchi della speculazione. Dobbiamo liberalizzare e privatizzare con intelligenza, svecchiare il mercato del lavoro e rendere una volta per tutte l’impianto legislativo e burocratico italiano non più ostile alle imprese. Tutto ciò darebbe un contributo importante alla crescita economica inseguita da tutti». 
 

Sul piano delle politiche industriali, come valuta l’operato della Commissione Juncker?
«Ho puntato il dito contro la Commissione UE per le gravi inadempienze nella promozione dell’industria, che negli ultimi due anni ha visto un calo ulteriore del 2,5% in termini di apporto al Pil. Non possiamo restare a guardare mentre le istituzioni europee bacchettano le imprese sull’ambiente mentre voltano loro le spalle di fronte al declino industriale». 
 

Ha chiesto l’intervento dell’Europarlamento? 
«Al Parlamento UE ho proposto una risoluzione votata a larghissima maggioranza nell’ultima assemblea plenaria di Strasburgo. E’ la richiesta di una strategia industriale europea innovativa, verificabile passo dopo passo tanto quanto i target ambientali sulle emissioni che vanno di moda nei palazzi di Bruxelles. Dall’altra parte, continuo la battaglia all’interno delle Commissioni europarlamentari di cui sono membro (Industria e Trasporti, ndr), dove negli ultimi tre anni ho ottenuto l’approvazione di ben tre emendamenti milionari al budget UE, e il conseguente stanziamento di fondi alle imprese».
 

Che importanza hanno queste modifiche al bilancio UE?
«Le tre che ho ottenuto riguardano settori cruciali. Nel 2015 1,5 milioni di euro per finanziare il progetto pilota sui digital enablers nell’ottica di un sostegno all’innovazione; nel 2016 un finanziamento cospicuo per un altro progetto pilota destinato al potenziamento della sicurezza dei treni grazie al controllo del traffico ferroviario con tecnologia ERTMS; pochi giorni fa ho ricevuto il via libera al terzo stanziamento che ho richiesto, 1,5 milioni per le reti di impresa che uniranno le forze con l’obiettivo di crescere sui mercati esteri. Questa propensione a valorizzare le imprese è il sale della politica».
 

Che cosa intende?
«Parto dalla buone pratiche, dall’eccellenza del made in Italy che tocco con mano durante gli incontri settimanali con gli imprenditori, e porto questi esempi a Bruxelles, proponendoli a modello da esportare in Europa. Così ho fatto con le reti di impresa, che ho visto nascere sul territorio quando ero presidente della Provincia di Cremona. Imitare chi ogni giorno genera idee e si scontra con la necessità di innovare costantemente, è un buon metodo da applicare in tutti gli ambiti della vita politica».

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