Il cielo è libero da barriere architettoniche. «E per solcarlo, per godere della sua libertà, tutti noi abbiamo bisogno di un ausilio: le ali. Senza, siamo tutti disabili». Parola di Marco Cherubini, appena atterrato dopo un volo sul Po. Marco è stato il primo pilota disabile ad aver conseguito in Italia la licenza PPL SEP(A) presso l'Aero Club di Cremona Migliaro, dopo l’incidente che lo ha reso paraplegico. Da allora sono passati 24 anni. Oggi Marco si sposta con agilità dalla sua carrozzina al velivolo Piper PA-28, certificato per l’utilizzo con comandi adattati, e vola. È gregario di sinistra, ha circa 2000 ore di volo all’attivo. Con l’azzurro del cielo ha plasmato la libertà: «In cielo non esistono barriere. Siamo tutti uguali». O tutti abili diversamente. «Uso le mani al posto dei piedi». Ma il risultato non cambia.

Accende il motore, decolla e lascia a terra i pensieri. «Quando la mia vita è cambiata avevo 22 anni. Un incidente d’auto mi ha portato via l’uso delle gambe. Lo sport, invece, mi ha permesso di rinascere. Ho praticato basket e sci a livello agonistico. Ma con il volo ho dato forma a un sogno».

Un sogno fatto di qualche dubbio, tanto coraggio e un briciolo di sana follia. Tutto iniziò sulle piste da sci. «Un giorno, mentre stavamo sciando, Alessandro Paleri, fondatore del “WeFly!Team” di Caposile (VE) mi ha raccontato della sua passione per il volo. Della gioia, dell’entusiasmo e del senso di libertà che dona un’ora in cielo. Così, appassionato da sempre di aerei e modellini, ho scelto di provare: è stato amore a prima vista. Anzi, a primo volo. Poi ho conosciuto Erich Kustatscher, istruttore con oltre 25mila ore di volo su aerei ed elicotteri, che mi ha insegnato ad azionare le ali. Sono andato a Caposile, vicino Jesolo, ho sfidato le paure e, dopo 16 ore di volo, ho preso il brevetto».

Contro ogni previsione, nel segno di una vita davvero vissuta. «In famiglia sanno che sono spericolato. Quando mi sono avvicinato a questo mondo pensavo che volare fosse rischioso. Ma non è così. Il volo, rivelandosi in modo autentico, impartisce a chi lo pratica il rispetto delle regole. In quell’istante, quando si hanno chiari i precetti, diventa sicuro. Molto più di una passeggiata in una città colma di barriere architettoniche».

Marciapiedi disastrati, scivoli rotti e menti chiuse impediscono a Marco di muoversi serenamente. Ma non di volare. Più in alto dei pregiudizi e dei giudizi, del pietismo e degli sguardi compassionevoli. Per toccare il cielo e brillare. Come una stella. Insieme agli amici del “WeFlyTeam!”, gruppo attivo da 12 anni, di cui fanno parte tre piloti con disabilità, che ha sorvolato il cielo dell’Europa e di Dubai ed è stato catapultato nello spazio. «Nel 2015, nell’ambito dell’iniziativa “WeFly! Con Futura osa volare”, abbiamo consegnato la bandiera del nostro team all'astronauta dell'Esa e capitano pilota dell'Aeronautica militare, Samantha Cristoforetti, che, durante la missione spaziale “Futura” ha permesso al nostro messaggio di inclusione di varcare i confini della Terra. Di ritorno dallo spazio, il 4 giugno 2016, Samantha Cristoforetti ci ha poi riconsegnato la bandiera presso la sede del “WeFly!Team” a Caposile. È stato un bel modo per raccontare nello spazio la storia, le vite e il coraggio di piloti diversi».

Piloti che vivono di sogni. E corrono con le idee. «I sogni ci salvano» dice Marco. Tra le mani ha il suo brevetto, ma non si stanca mai di viaggiare. Nemmeno con il pensiero. «Da circa tre anni sto costruendo un aereo che vorrei iniziare a pilotare dal prossimo anno. Non è un ultraleggero come quello che sto usando ora, ma un velivolo acrobatico di aviazione generale». Questo è un progetto che Marco insegue da tempo, dedicandogli tanto tempo e risorse. Ogni giorno. «La mia giornata ideale è quella che vivo. Nulla pesa, se è fatto con il cuore». Dopo cena trascorre ore a fare ricerche su internet. Studia, si impegna, sogna. E vive. Come i costruttori di successo. Poi, nel fine settimana, è tempo di spiccare il volo. Sui campi di Cremona Migliaro e Caposile, Marco è a casa sua. «Un’esibizione dura 12 minuti. Spesso partecipiamo a eventi benefici per far conoscere in cielo e in terra il nostro messaggio di inclusione sociale». O di normalità. «Nella vita ho sempre fatto tutto. Ho attraversato momenti complicati, ma li ho sempre superati. Sono stato operaio sulle macchine, contadino. Anche liutaio. Per 12 anni ho costruito chitarre e bassi elettrici. Non mi sono risparmiato perché ho capito che il segreto è osare. Che morirò, non quando il cuore si spegnerà, ma quando non avrò più obiettivi». Per ora, però, con la testa tra le nuvole e le ruote saldamente ancorate a terra, si gode la libertà.

 

Gloria Giavaldi

 

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