Il Nord da ora in poi sarà più libero. Maroni ha sfiorato il 40% e Zaia il 60%. In Lombardia tre milioni di cittadini hanno votato con percentuali favorevoli al SI’ superiori al 95%. Il voto referendario è stato quindi, a tutti gli effetti, un successo. Ed è stato un successo delle forze di centrodestra.

Se è vero infatti che anche il Pd e il Movimento 5 Stelle, nel caso lombardo, hanno dato una mano è altrettanto vero che i dem si sono via via sfilati dimostrando che le iniziali aperture rispondevano ad una esigenza tattica in previsione delle elezioni regionali. Il rivale Gori e il sindaco di Milano Sala non volevano lasciare al governatore Maroni il monopolio del tema dell’autonomia. Da qui un’adesione calcolata ma fredda che nel corso delle settimane ha mostrato tutte le sue contraddizioni soprattutto a fronte di un mondo, quello della sinistra radicale e di governo, che fin dall’inizio ha espresso una convinta e diffusa ostilità.

Maroni, nella battaglia referendaria, ha avuto al suo fianco Silvio Berlusconi che in questo modo ha rifondato oltre ogni illazione i cardini dell’alleanza di centrodestra. Segno indiscusso che la valorizzazione di una materia difficile e pericolosa, come è appunto l’autonomia delle periferie, in Italia è stato trattato con encomiabile maturità a differenza della Spagna. Nessuna proposta di secessionismo e nessuna aspirazione indipendentista come è avvenuto invece con lo sprovveduto Puigdemont in Catalogna, ora destinato ad essere rimosso dal governo di Rajoy sulla base dell’articolo 155 della costituzione, ma una molto più umile e concreta richiesta di autonomia per gestire le materie concorrenti e avere più risorse. Il Veneto di Zaia chiede 8 miliardi di euro in più mentre la Lombardia si aspetta almeno 24 miliardi di euro da ritagliare all’interno della voragine del residuo fiscale stimato 54 miliardi di euro.

Sul piano politico l’esito del referendum consegna una vittoria inequivocabile alle forze di centrodestra con i nazionalisti di Fratelli d’Italia in una posizione prevedibilmente marginale e rilancia la coalizione, legittimata dalla nuova legge elettorale, in vista delle politiche del 2018.

Non fa differenza che il referendum sia da considerare all’interno dei confini di una consultazione non vincolante. Si trattava di una prova elettorale, coraggiosa, sincera, finalizzata al coinvolgimento del popolo che ha risposto in misura maggiore alle aspettative sia in Lombardia che in Veneto dove era necessario superare il quorum del 50%.

La prova è stata vinta e a poco valgono le critiche per il malfunzionamento peraltro sporadico del voto elettronico. Un tentativo che invece dovrebbe essere premiato per il primato che può rivendicare nell’ambito di un ricorso alle urne così esteso e capillare. A poco valgono le polemiche della sinistra in merito ai falsi appelli all’autonomia fiscale che non possono essere soddisfatti a causa dei ben noti limiti costituzionali. Maroni e Zaia hanno dimostrato di non voler forzare la mano ma di voler agire nel rispetto del ‘quadro nazionale’. Altrimenti non avrebbero ricevuto l’appoggio decisivo e convinto di un leader come Silvio Berlsuconi che mai metterebbe in discussione la tenuta dello stato nazione. Semplicemente, grazie al SI’ che ha prevalso nelle urne, i lombardi e i veneti potranno ottenere più risorse per gestire direttamente e più proficuamente settori importanti della vita pubblica e amministrativa.

Chi esce sconfitto dal referendum, invece, è il segretario nazionale del Pd Matteo Renzi che lo scorso dicembre ha imposto una riforma costituzionale tutta all’insegna di un neocentralismo amministrativo procurandosi la sconfitta che ha giustamente messo fine ai suoi mille giorni a Palazzo Chigi.

Il Nord ha deciso: vuole più autonomia senza rescindere il legame con il resto del Paese. Semplicemente chiede più libertà e giustizia sulla base dei meriti che provengono da un'eccellente capacità produttiva e imprenditoriale. E l’avrà. (Roberto Bettinelli)

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