Oggi servirebbe un’iniezione di fiducia nella politica. Invece, guardando alla discussione in corso sulla legge di bilancio, si è tentati di dar ragione a chi si astiene. 

Nella lunga maratona per approvare la finanziaria, infatti, invece di una web tax che colpisca i giganti del web da anni oggetto di polemiche per la tassazione irrisoria cui soggiacciono grazie alle aliquote indulgenti di alcuni stati, il Parlamento italiano ha partorito un’idea: una nuova tassa che rischia di colpire tutti, compresi gli investimenti digitali delle imprese italiane. 

Il peggio del peggio. In un momento in cui la priorità è sostenere la crescita, il che significa promuovere proprio gli investimenti e l’innovazione di chi fa attività imprenditoriale, i parlamentari del centrosinistra non trovano di meglio da fare che inventarsi una nuova gabella ai danni di chi si sforza di migliorare la propria azienda e, così facendo, la mantiene competitiva sul mercato garantendo l’occupazione (un aspetto non proprio secondario). 

Secondo le prime analisi circolate nelle ultime ore, il misfatto troverebbe origine nelle varie operazioni di scrittura e riscrittura del testo, rimaneggiato più volte. Tralasciando i tecnicismi, si è passati dalla tassa del 6% della versione (comunque a rischio di infrazione UE) del senatore PD Muchetti a quella del 3% dell’emendamento Boccia (sempre PD); da un’applicazione sostanzialmente limitata alle aziende estere all’estensione della tassa a tutte le imprese che contano oltre 3mila transazioni all’anno. 

«La digital tax approvata alla Camera non si applicherà all’e-commerce - sintetizza il Sole 24 Ore analizzando i primi risultati della sessione notturna del Parlamento - come inizialmente ipotizzato, e non prevede il ricorso allo spesometro, l’erogazione di un credito d’imposta alle imprese residenti in Italia pari alla web tax pagata e il ruolo assegnato alle banche per far pagare la tassa digitale alle imprese e multinazionali non residenti». 

Come sottolinea Antonio Tajani, una web tax è doverosa in quanto è inammissibile che colossi operanti nel territorio dell’Unione paghino solo pochi spiccioli a fronte di utili stellari. Quando le nostre imprese, aggiungiamo noi, sono vessate da una pressione fiscale che, tutto incluso, sfiora il 70%. Secondo il presidente del Parlamento Ue «è inaccettabile che aziende che hanno proventi enormi, che operano in Europa, pagano 4 euro di tasse in quei paesi che lo permettono», ed è necessario che siamo noi a «governare il digitale» e non il contrario. 

Ovviamente un conto è tassare i colossi di Internet, un altro sparare nel mucchio come farebbe l’emendamento PD alla finanziaria. Le norme vanno scritte con estrema attenzione, invece a causa dei pasticci del Parlamento, al già gravoso prelievo sulle aziende italiane si aggiungerebbero altri 190 milioni di tasse. Secondo il presidente di Confindustria Elio Catania citato da Repubblica, siamo di fronte ad una «tassa indiretta in più, una specie di Iva nascosta che va ad incidere su qualunque azienda digitale, ma in particolare quelle italiane più innovative». Insomma: l’ennesima figuraccia del centrosinistra in questo finale di legislatura confuso e problematico. (Luca Piacentini)

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