L’arresto del predicatore islamico a Foggia, di un reclutatore di lupi solitari a Torino e l’operazione che ha reciso tra il Lazio e la Campania la rete dei contatti italiani dell’attentatore di Berlino Amri ucciso a San Giovanni il 22 dicembre del 2016 dimostrano che il pericolo dell’Isis è ancora reale.

Dopo la caduta di città simbolo del Califfato come Mosul e Raqqa i terroristi stanno spostando i loro obbiettivi. Non più un controllo territoriale delle zone del Medio Oriente che hanno visto nascere lo stato islamico del Daesh ma un’infiltrazione lenta e sistematica nelle città occidentali. Lo scopo è educare alla Jihad la seconda generazione di cittadini islamici reclutando nuovi adepti pronti a colpire al momento opportuno. Una strategia che in parte evidenzia un elemento di debolezza, il quasi azzeramento del Califfato come entità statale e militare organizzata, ma al tempo stesso rileva una capacità inedita di resistenza.

Nelle intercettazioni i poliziotti italiani hanno ascoltato conversazioni in cui gli islamici dicevano che i nemici occidentali devono essere decapitati e mutilati. Frasi del tipo «tagliare la testa e i genitali» oppure «fate saltare le loro teste con le cinture esplosive». Frasi dettate dall’odio e dal fanatismo che non lasciano margini al dubbio e che spingono a fare alcune riflessioni.

Invece di considerare il nostro Paese come una seconda patria dove costruirsi un futuro nella consapevolezza di avere ricevuto una chance di sopravvivenza, gli arrestati dichiarano apertamente di voler uccidere gli italiani nel nome di Allah e del Corano. Pur essendo stati accolti nel nostro Paese non mostrano alcun tipo di gratitudine né alcuna volontà di integrarsi. A ciò si deve aggiungere la considerazione che il fenomeno non è isolato nè sporadico: gli investigatori hanno portato alla luce una rete di contatti attivi su tutta la penisola. Infine c’è il problema dei foreign fighters: una cinquantina secondo il Ministero dell’Interno. Nel 2017 le autorità italiane hanno espulso 105 persone e l’anno prima 66 per reati legati al terrorismo islamico. Numeri che certificano l’attività degli affiliati all’Isis nei centri minori. A Foggia era presente una vera e propria scuola della Jihad con i bambini che venivano indottrinati dal responsabile del centro culturale islamico. Un egiziano sposato ad una donna italiana. Nel recente passato i luoghi prescelti sono stati Merano, Bolzano, la provincia di Perugia. Non le metropoli o le grandi città. Un dato che evidenzia la presenza di una rete silente e insidiosa che tenta consapevolmente di fuggire ai controlli della polizia. Questi, infatti, tendono ad essere più rigorosi nelle località indicate come obbiettivi sensibili.

Tutti elementi che non possono non generare un giudizio di natura politica soprattutto in vista dell’arrivo dei mesi che beneficiano di un clima più favorevole agli sbarchi. L'Isis è molto presente nel Maghreb. Ed è questa la regione che svolge un ruolo strategico per il passaggio dei migranti che attraversano il mediterraneo per raggiungere le coste dell’Italia. Un Paese, il nostro, dove circolano liberamente 500mila clandestini che vivono di espedienti e molto spesso di illegalità. Furti, spaccio di droga, prostituzione. Nuovi sbarchi non possono che alimentare ulteriormente un esercito composto da disperati e delinquenti che ha cambiato radicalmente e negativamente il volto delle nostre città. L’agenda politica ora sembra avere altre priorità. Ma le indagini delle forze dell’ordine dimostrano che il pericolo dell’Isis non è tramontato solo perché i riflettori sono puntati altrove. Una strategia in grado di superare gli errori del passato è urgente e indispensabile. (Roberto Bettinelli)

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