Le analisi sul primo turno delle elezioni presidenziali francesi concordano su un punto: hanno perso i partiti tradizionali e hanno vinto gli estremismi, incarnati a destra dalla Le Pen e a sinistra da Melenchon, e un candidato, Macron, che si presenta - secondo chi scrive più a torto che a ragione - come il ‘rottamatore’ d’oltralpe delle due principali tradizioni politiche, quella socialista e quella repubblicana-gollista. 


Si tratta indubbiamente di dati di fatto, di fronte ai quali si corre però il rischio di semplificare, di ridurre cioè le alternative disponibili in assoluto agli elettori francesi, da un lato, alla rabbia che mira a smantellare la classe politica come tale, dall’altro, a semplicistiche promesse di cambiamento ben camuffate dal volto suggestivo del giovanilismo progressista. Con soggetti e nomi diversi, la riflessione si potrebbe adattare agli elettori di altri stati europei. 


Macron e Le Pen non sono le alternative con la ‘A’ maiuscola. Sono banalmente quelle residuali, rimaste cioè ai francesi dopo la debacle di François Fillon, fatalmente indebolito dal ‘Penelopegate’. 


A conferma del fatto che l’ottimo programma del centrodestra e l’autorevolezza del personaggio avessero più di una chance di vittoria, ci sono i sondaggi dello scorso anno, che davano in testa pressoché appaiati Le Pen e Fillon. Cos’è successo? Di certo un duro colpo alla credibilità del candidato repubblicano, cui evidentemente la precedente legittimazione raccolta alle primarie non è stata un propulsore sufficiente a superare il ‘caso Penelope’. Siamo di fronte ad un classico caso di vuoto politico. 


Le Pen cresce, Melanchon ha visto un boom impressionante, Macron ha incassato l’appoggio di repubblicani e socialisti e i primi sondaggi sul ballottaggio lo danno in testa con circa il 60% delle preferenze, rispetto al 40% della leader del Front national. Oggi le borse festeggiano lo scongiurato (probabilmente) ‘pericolo Le Pen’, ma non ci si deve illudere che personaggi alla Macron incarnino davvero il futuro della Francia o dell’Europa. 


Due considerazioni finali, una di carattere generale, l’altra specifica su Macron. Anzitutto dare per spacciata la tradizione repubblicana è un errore grossolano, visto che il crollo elettorale è legato a fattori personali ed eventi accidentali. Venuta meno la credibilità del leader, la caduta nei consensi si ripercuote inevitabilmente sull’intera formazione politica. I post gollisti sono tutt’altro che finiti, devono trovare una nuova guida e tentare una ripresa in vista delle elezioni dell’assemblea nazionale. 


Seconda riflessione: l’ex consigliere di Hollande - il presidente francese meno amato della storia - più che incarnare quel nuovo di cui la Francia sente il bisogno, sembra l’ennesimo progressista dalle ricette tanto facili quanto ingannevoli, che promette dubbie riforme e guarda ai voti di centro e centrodestra tentando di superare le categorie politiche tradizionali insistendo sulla frattura localismo-globalismo come se fosse l’unica ormai commestibile sul mercato elettorale. 


Abbiamo già visto com’è finita a casa nostra con Matteo Renzi, il leader che ha tentato di intercettare i voti del cosiddetto elettorato moderato proponendosi come l’alfiere del superamento della vecchia logica di contrapposizione tra destra e sinistra: niente riforme, zero spending review e debito pubblico addirittura cresciuto. Per non parlare del fallimento sul fronte europeo, testimoniato dal rischio perdurante di una procedura di infrazione per violazione dei parametri UE e dalla assenza di presidio in Commissione, dove l’italiana Federica Mogherini occupa una carica, l’Alto rappresentante di una politica estera inesistente, più rappresentativa che di sostanza politica. Nessuno di questi ‘nuovi’ leader è stato o sarà in grado di offrire a Bruxelles quel deciso cambio di passo necessario per uscire dalla crisi dell’UE. (Luca Piacentini)

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