«Il buio è una lente attraverso cui guardare il mondo in maniera diversa. Più approfondita, meno superficiale, più vera». Sono passati trentatré anni dal giorno in cui Jacopo Lilli, romano d’origine e fiorentino d’adozione, ha dovuto familiarizzare con un’insolita “lente”, che, nel tempo, gli ha consentito di capire se stesso e gli altri. Di dare una spiegazione ai silenzi, un valore ai giudizi, uno spazio alle emozioni. «Sono cieco dalla nascita a causa della retinite pigmentosa. Da piccolo distinguevo luci e ombre». Ma questo non bastava per essere come gli altri. «Crescere senza vedere significa sperimentare presto sulla propria pelle la debole potenza dell’invidia altrui, in grado, solo inizialmente, di generare malinconia ed esclusione» dice, senza farsi trascinare dalle emozioni.

Ma la mente viaggia e, Jacopo, si ritrova lì, sui banchi di scuola, tra una soddisfazione conquistata duramente e qualche parola di troppo. «Alcuni compagni pensavano che i miei risultati fossero merito della mia condizione. All’epoca, questa considerazione mi aveva ferito. Ora, però, ho capito che non dipendeva da me, dal buio e dai buoni risultati che portavo a casa. Ma da loro, dalla loro insicurezza, dalla necessità di giustificare la loro mediocrità appigliandosi alla mia vita».

Lo ha compreso un passo per volta, fidandosi ciecamente di quell’amore che, dall’età di tre anni, gli ha fatto capire la bellezza di vivere le emozioni senza paura. «All’età di tre anni, lo sport mi ha insegnato che si può piangere di felicità. Ero in piscina con i miei genitori. Al termine della mia prima gara di dorso, che avevo vinto battendo i miei compagni normodotati, ho sentito mamma piangere. Lì ho capito che esistevano vari modi per esprimere la felicità». E che piangere è uno di quelli più autentici.

Lì Jacopo ha gettato i semi di un amore destinato a durare per sempre. «Nel tempo ho praticato varie attività sportive, dal nuoto ai pattini a rotelle, passando per il fitness. Fino al calcio, il sogno di ogni bambino». Il sogno divenuto realtà. «Mi sono avvicinato al calcio a 5 non vedenti per caso». E, oggi, non può più farne a meno. «Senza lo sport, mi sentirei un leone in gabbia. In campo, invece, mi sento libero. Grazie alla pratica sportiva sono diventato un atleta ed un uomo migliore. Il calcio mi ha educato alla costanza e al sacrificio, consentendomi anche di apprendere l’arte fondamentale della mediazione, e mi ha permesso di conseguire importanti obiettivi, spronandomi ad alzare l’asticella». Perché, dopo un titolo conquistato, è sempre tempo di ripartire. Per fare di più, per fare meglio. «In campo ho ottenuto discrete soddisfazioni, ma mi alleno continuamente per raggiungere e superare il limite. Fino a stupirmi». E ad assaporare quel senso di riscatto che solo lo sport sa donare. «La pratica sportiva pone ciascuno di noi dinnanzi ai propri limiti, ma fa anche capire che una menomazione non è un ostacolo, che il corpo può comunque allenarsi. Che, diversamente, ce la si può fare».

Lo dice con la sicurezza di chi al buio ha vinto. Due titoli italiani, una Coppa Italia, una Supercoppa Italiana e la presenza in Nazionale. Oltre al pregiudizio. «Il calcio a 5 non vedenti è uno sport dal valore sociale importantissimo perché consente all’atleta di confrontarsi quotidianamente con altri non vedenti e di scoprire la verità». «La verità – continua –  è che siamo ciechi e al buio possiamo imparare a fare un sacco di cose».

Normali e straordinarie, perché «nel calcio a 5 non vedenti, un atleta non è chiamato a fare solo ciò che può fare, ma molto di più. Deve sviluppare un ottimo senso dell’orientamento, che gli consenta di capire costantemente la sua posizione in campo e di localizzare le porte, i compagni e gli avversari». Per fare questo, un importante ausilio gli è fornito dalle guide (portiere vedente, allenatore e guida retroporta) che, attraverso la voce, orientano l’azione della squadra. A questo si aggiunge la necessità di sviluppare ed affinare la coordinazione psicomotoria. «Sono convinto – precisa Jacopo – che il calcio assolva ad importante funzione riabilitativa, perché fa scoprire al calciatore cieco una serie di abilità che non sapeva di avere. Per questo, in futuro, con un team di esperti, mi piacerebbe poter dimostrare scientificamente la finalità riabilitativa di questo sport, affinché venga incluso nei programmi pensati per le persone non vedenti in via di sviluppo».

Il pallone sonoro tra i piedi, la voce delle guide nell’aria, le mascherine in volto, le barriere sulle fasce laterali del campo. Serve poco altro ai calciatori ciechi per giocare a calcio. Solo il desiderio di rincorrere un sogno senza risparmiarsi per trasformarlo in realtà. «Sul campo dimostriamo che i limiti esistono solo nella testa di chi se li immagina. E nella società che detta regole del gioco non tenendo conto delle peculiarità di tutti». Jacopo punta il dito contro una cultura che, a suo avviso, non considera i disabili in modo paritario. «Oggi ancora vive l’idea che la persona con disabilità debba essere aiutata. Al contrario, bisognerebbe adoperarsi per dare vita ad una società a misura di tutti».

Quella che lui sogna e prova a costruire parlando ai bimbi, tra i banchi di scuola. «I bambini fanno domande imbarazzanti, ma, al tempo stesso, colme di autenticità. Sono il punto di partenza per dare vita ad un futuro migliore. Un futuro in cui davvero si abbia consapevolezza e rispetto della diversità».

Riflette, sta fermo immobile. Ma solo per pochi secondi. «Tra poco devo andare ad allenarmi. Settembre è alle porte». E, con lui, anche il Campionato Europeo di Calcio a 5 non vedenti, che si disputerà a Roma dal 15 al 25 settembre, appunto. «Sarà una grande occasione per noi, per il movimento, per l’Italia. Siamo davvero emozionati, ma ce la metteremo tutta per fare bene».

Lo ripete con semplicità, Jacopo, forse perché fare bene è nel suo stile, sia che indossi la maglia azzurra, sia che indossi la maglia viola, dell’ASD Quarto Tempo Firenze. «L’ obiettivo dell’associazione è quello di consentire a tutti di giocare, divertirsi e realizzarsi. Al centro della nostra attività c’è sempre la persona, con i suoi limiti e le sue potenzialità». Questo è il punto di partenza per fare bene. E fare del bene.  

Gloria Giavaldi

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