«Non sono un medico esperto. Non posso esserlo, perché la medicina è più grande di me». Di lui, dei suoi 65 anni e della sua vita spesa in corsia accanto ai più fragili. Emilio Canidio, Primario dell’Unità Operativa di Pediatria dell’Ospedale Maggiore di Crema, ufficialmente in pensione dal prossimo primo ottobre, complici le ferie, lascerà tra pochi giorni il reparto in cui per quarant’anni ha rubato sorrisi, asciugato lacrime, lenito dolori. E salvato vite. «È un momento particolare, una fine. Oggi saluto il mondo nel quale sono cresciuto professionalmente ed umanamente per approcciarmi a qualcosa di nuovo. So cosa lascio, ma non so cosa troverò».

Lo dice seduto alla scrivania di quello studio, colmo di peluches e disegni, dove, oggi, restano i segni di una professione giocata tra i bambini alla continua ricerca del Bene. Sempre. «Rapportarsi con le mamme ed i piccoli pazienti significa rapportarsi con la Vita, con le loro storie, con le loro paure e le loro sofferenze. Anche quando non hanno spiegazione. Perché, anche quando una spiegazione non esiste, si può scegliere di esserci, di vivere ciò che accade. Di restare, appunto, nella storia dei bimbi per il Bene». Senza pretese. «Perché l’interesse impedisce di vedere meglio, di vivere davvero la realtà».

Una realtà così grande, così immensa, da non poter essere capita e spiegata fino in fondo. «Non sono un medico esperto» ripete, pochi istanti più tardi. E ci crede davvero. «Quando ero giovane – precisa – incasellavo ciò che capitava in ciò che conoscevo. Ora, invece, vado alla ricerca di ciò che non si incasella nelle mie conoscenze». Vive di interrogativi, incertezze e nuovi stimoli. Naviga nel mare magnum della medicina senza una meta perché la vera esperienza è il viaggio. «La medicina è vasta ed io, dinnanzi ad un mondo così grande, mi sento veramente piccolo. E, allora, forse, il traguardo è la continua ricerca». Perché non basta una diagnosi a fare chiarezza. «Il primo nemico della diagnosi che formulo sono io. Ho imparato a lavorare contro l’idea che ho. A mettermi in discussione, a riconoscere gli errori, a mettermi a nudo. E a ripensarmi. Ogni giorno di più».

Lo ha fatto in corsia, guardando occhi, stringendo mani, ascoltando cuori. Non dietro ad una scrivania. «La professione medica consente di vivere accanto a chi soffre. Nel tempo mi sono battuto per anteporre alle istanze di tipo economico ed amministrativo, ciò che era giusto per i bambini». Perché i bambini vengono prima dei numeri, ma anche di noi stessi. «Ho cercato di conferire ai giovani medici una direzione etica, insegnando loro a mettersi nei panni dell’altro. A porsi domande continuamente e a rispondere coi fatti. Con ciò che fanno e con ciò che sono».

Poi si ferma e si leva una soddisfazione. «L’ospedale è un luogo abitato da brava gente, in cui ho creato relazioni importanti basate sulla stima reciproca. Lascio un’equipe strutturata con valori umani e professionali molto alti. Crescere queste persone è stato uno dei miei scopi e sono felice siano oggi dei professionisti di assoluta fiducia e grandi capacità. Auguro loro di riconoscersi sempre in ciò che sono. Non ho mai voluto fossero uguali a me. Mi sono sempre battuto affinché fossero diversi, fossero loro stessi. Oggi sono diventati anche più bravi di me e per me questa è una grandissima soddisfazione».

Negli occhi lucidi si vede tutto l’amore per questo lavoro, che gli ha offerto una prospettiva privilegiata. «In questi anni ho visto il mondo cambiare. Consiglio ai genitori di oggi di pensare alla realtà che lasceranno tra qualche anno in eredità ai loro figli. Perché voler bene ad un figlio è un impegno, una presa di posizione, un sentimento, non un’emozione contingente. Voler bene è responsabilità». È una sfida che solo chi supera l’individualismo può dirsi davvero pronto a cogliere. «I figli – dice rivolgendosi ai genitori – non devono essere uno strumento di vanità. I bambini imparano per imitazione: siate, quindi, testimoni di vita vera. Fate in modo che i vostri figli abbiano domani dei modelli con cui confrontarsi ed apritevi con curiosità al mondo. Perché la vita è troppo breve per vivere solo se stessi».

 

Gloria Giavaldi

 

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