E dai dai alla fine ci siamo arrivati. Dopo l’incauta gestione del governo Renzi che ha messo Bruxelles davanti alla certezza che l’Italia non è in grado di tenere i conti sotto controllo, è giunto il momento della verità. Che per il nostro Paese si traduce nella iterata e sempre più pressante richiesta da parte delle istituzioni comunitarie di aumentare l’Iva ordinaria dal 22% al 24% e quella agevolata dal 10% al 13%. Prospettiva che il premier Gentiloni e il ministro Padoan hanno recepito al punto da concepire una manovra in cui associare al taglio del 5% del cuneo fiscale, equamente ripartito fra il lavoratore e l’impresa, la stangata sull’Iva rendendo obbligatoria la fatturazione elettronica per far emergere l'evasione quantificata in 41 miliardi di euro.  

Più tasse e più controlli, è questo che dobbiamo attenderci dall'insano connubio tra le politiche a trazione Pd e i diktat dell'Unione. Risultato: l'ennesima stangata per i già fin troppo martoriati italiani. Alzare l’imposta di valore aggiunto significa spremere dagli 8 e ai 10 miliardi imponendo una vessazione destinata a pesare su famiglie e imprese. 'Caricare' sull’Iva produce l'immediata conseguenza dell’innalzamento dei prezzi al consumo penalizzando gli acquisti e limando ulteriormente le già scarne speranze di crescita relative ad una domanda interna che, nonostante le sirene della politica in merito alla ripresa economica, seguita a rimanere asfittica. Un colpo duro e ingiustificato per la nostra economia. Davanti al quale, però, si erge la granitica insensibilità dell’Europa e del governo a guida Pd.

L’aggravio dell’Iva ha minacciato in sequenza gli esecutivi Berlusconi, Monti, Letta e Renzi e ormai, vista la perdurante incapacità di rivedere la spesa dello Stato, non sembra più evitabile agli occhi dell’Europa. Tanto più che Bruxelles può fare affidamento sugli impegni presi dai vari premier, l’ultimo in ordine di tempo è stato Matteo Renzi ma certamente il primo per la discordanza fra quanto promesso e fatto realmente, e che sono stati finalizzati nel tempo a scongiurare l’attivazione della clausola di salvaguardia. Un obbligo per il Paese inadempiente che scatta quando, in fase di costruzione della manovra, non vengono tutelati gli equilibri necessari per rispettare i parametri europei di bilancio. E’ il caso dell’Italia che rischia la procedura di infrazione per deficit eccessivo ed è al momento in una situazione da osservato speciale, definita tecnicamente ‘avvertimento preventivo’. che la dice lunga sullo stato di saloute della propria economia.

Gentiloni deve reperire a breve un tesoretto inesistente di 3,4 miliardi di euro. In alternativa non resterà altro da fare che subire il paventato incremento dell’Iva. E in previsione c'è una manovra bis capace di cubare lo 0,2% del Pil. Tutto tranne che una passeggiata per un Paese che, dati Ocse alla mano, con un misero 1% di crescita annuale non si schioda dal fondo della classifica dei Paesi che fanno parte dell’organizzazione parigina. La Germania, per il 2017, fa intravedere un più 1,8% mentre gli Stati Uniti rallentano posizionandosi ad ogni modo su un dignitoso 2,4%. Cina e India, tanto per intenderci, sembrano poter garantire in scioltezza il 6,5% e il 7,3%. La media dei Paesi del G20 coincide con un generoso 3,3%.Considerati i numeri, il nostro Paese raccoglie le briciole. E con un debito pari ad oltre il 133% del Pil quando i trattati europei ne tollerano la metà, risulta strutturalmente meno competitivo dal momento che le spese per gli interessi drenano risorse che altrimenti potrebbero essere destinate alla crescita. Un fardello, il debito pubblico, che finora è stato tenuto a bada anche dal trattamento di favore della Bce di Draghi che ha fatto ‘digerire’ alla Germania di Angela Merkel e all’asse rigorista dei Paesi nordici il rinnovo del quantitative easing.  

Ci sono due modi per evitare la clausola di salvaguardia con annesso aumento dell’Iva: una prevede l’incremento dell’imposizione fiscale, l’altra la contrazione della spesa pubblica. I governi italiani, finora, hanno sempre utilizzato il primo strumento rinunciando ad agire sul fronte delle uscite dello Stato. L’Italia, a partire dal 2009, ha già rischiato tre volte di subire la procedura d’infrazione per deficit eccessivo. Finora l’ha sempre sfangata. Ma i conti, negli anni, sono peggiorati. Di recente Bruxelles ha graziato Spagna e Portogallo per aver sforato il parametro del deficit. Nel recente incontro a Versailles fra la cancelliera tedesca, il premier italiano, il presidente Hollande e il collega spagnolo Rajoy è emersa la volontà comunitaria di ‘spacchettare’ i percorsi di integrazione attraverso lo strumento della ‘cooperazione rafforzata’ individuando l’obbiettivo di un’Europa a più velocità. Un orizzonte che esclude però la revisione dei trattati e che in ogni caso non autorizza un Paese membro dell’Eurozona come l’Italia a discostarsi dagli angusti standard di Bruxelles che non siamo in grado di onorare e che ancora oggi ci condannano a subire una violenta batosta. Con il risultato, motivato e ampiamente previsto, di gettare altro discredito sulle istituzioni comunitarie che tutto godono tranne di buona fama nel Paese. E con il risultato di indebolire un governo nazionale che ha il compito non facile di tenere fino alla scadenza naturale del mandato nel 2018 e che finora non è venuto meno allo scopo unicamente per la carente attività di cui ha dato prova. (Roberto Bettinelli)
 

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