Querele ai giornali, contro querele, la lotta fratricida fra le procure di Napoli e Roma che ha portato all'apertura di un fasicolo da parte del Csm, Renzi junior che rialza la testa e promette vendetta contro chi ha osato infangare il nome del padre Tiziano attentando ad una carriera politica che il più giovane presidente del consiglio della storia repubblicana ha sempre descritto come un manuale di trasparenza e integrità.

Il caso Consip, per l’ex premier, sembra destinato a sgonfiarsi ora che l’ingombrante genitore, come sembra, non risulta più il perno dell’inchiesta. Ma resta il fatto che altre figure vicine al leader del Pd rimangono direttamente coinvolte, a partire dal ministro dello sport Luca Lotti. E soprattutto resta l’interrogativo sul perché, nella vulgata giornalistica e popolare, un premier giovane e ambizioso sia stato travolto dallo scandalo con tanta immediatezza e facilità, senza peraltro riuscire ad opporre un minimo di decorosa resistenza.

L’indagine dei carabinieri del Noe ha toccato un nervo scoperto dell’identikit pubblico del principale candidato alle primarie del Nazareno. Il maresciallo dei carabinieri Scafato può aver sbagliato ad attribuire la frase incriminata a Tiziano Renzi piuttosto che a Italo Bocchino. Si può anche ipotizzare, ormai in modo legittimo, che non si sia trattato di un errore materiale ma di un falso ideologico finalizzato a demolire la figura di Matteo Renzi. Si può immaginare di tutto vista la guerra aperta fra le procure di Napoli e Roma che getta ancora una volta discredito sull’operato della magistratura. Ma resta il fatto che Renzi non può dirsi al sicuro dalle conseguenze di una vicenda che seguita, nonostante tutto, a pressarlo da vicino. Molto vicino.

Il caso Consip non ha fatto che ribadire davanti all’opinione pubblica il profilo da affarista che spesso viene associato all’ex presidente del consiglio. Renzi, sulla base della gestione dei mille giorni in cui era alla guida del Paese, è diventato per moltissimi un politico abituato a tenere rapporti di grande confidenza con lobby e lobbisti, circondato da un’oligarchia di fedelissimi che vengono ricompensati sistematicamente con incarichi di prestigio e laute prebende.

Rai, aziende di Stato, ‘agenzie terze’ fino alla sanguinaria battaglia per il monopolio delle candidature in parlamento che ha portato alla scissione della sinistra dem, ovunque si sia affacciata la realistica possibilità di incorporare pezzi di potere effettivo l’ex premier non si è mai tirato indietro dando prova di una voracità che non ha mai smesso di stupire persino i più scafati e incontentabili fra i professionisti della politica.

Dispiace prendere atto che Tiziano Renzi sia stato ingiustamente risucchiato nel girone infernale di Consip, costretto a patire pene che un cittadino non dovrebbe mai affrontare a causa della malafede o dell’incapacità del personale dello Stato. Ma se il racconto è risultato sufficientemente credibile agli occhi del Paese la responsabilità non è soltanto degli errori, veri o presunti, di chi ha effettuato le indagini. Una parte non secondaria della colpa è da individuare proprio nella condotta del figlio Matteo che da quando è diventato il protagonista indiscusso delle sorti della nazione non si è mai prodigato per disegnare un ritratto al di sopra di ogni sospetto.

Invece di inveire minacciando querele a destra e a manca, il segretario in pectore del Pd riconosca i propri limiti e, al netto degli errori della giustizia che devono certamente essere denunciati e puniti, se la prenda con sé stesso. Unico e vero responsabile della propria fortuna. O, come in questo caso, sfortuna. (Roberto Bettinelli)

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