Staccare la spina non basta a spegnere la vita e la sua dignità. Non basta a cancellare i diritti, naturali e inalienabili, e non si trasforma automaticamente in una applicazione pedissequa delle volontà arbitrarie di un giudice scellerato e di un pool di medici che hanno tradito l’essenza stessa della loro professione.

Alfie, il piccolo bimbo inglese affetto da una malattia pressoché sconosciuta e la cui vita è stata definita “inutile” dallo Stato inglese per voce di un giudice, vive anche senza il respiratore artificiale. Ha passato una notte di inferno, ha lottato, è diventato quasi cianotico per la fatica di respirare con le proprie forze. Ma alla fine ce l’ha fatta, ce la sta facendo. I medici, quei medici che avevano sentenziato l’impossibilità per il piccolo di vivere più di qualche minuto una volta staccata la spina, ora devono fare i conti con questa nuova realtà. Sono quegli stessi medici che già indirettamente avevano ammesso di non capirci nulla nella condizione del piccolo Alfie Evans, al punto da non essere nemmeno in grado di definire con certezza il tipo di patologia da cui è affetto. Eppure avevano giocato con la vita del bimbo, e avevano millantato certezze che non avevano e che non potevano avere. Hanno provato perfino a non aiutarlo, durante la tremenda e stupefacente notte in cui Alfie ha intonato il suo incredibile e imprevedibile inno alla vita: hanno negato in un primo momento al padre un po’ di ossigeno per aiutare un bimbo che, faticando, stava tentando di respirare da solo. La madre ha ad un certo punto esultato, esclamando sui social: «Ad Alfie sono stati concessi l’ossigeno e l’acqua!». Ha esultato per questo: non come una cosa ovvia, normale, sacrosanta, ma come una concessione eccezionale. L’aria e l’acqua. A un bimbo.

Mentre stiamo scrivendo, l’azione congiunta dell’ambasciata italiana, dopo la concessione della cittadinanza (azione altamente meritoria, che qualche sconsiderato commentatore italiano degno di biasimo ha voluto definire un “pasticcio”), e della presidente dell’Ospedale Pediatrico Bambin Gesù sta forse per portare all’esito sperato, vale a dire il trasferimento del bimbo nella struttura italiana. E tutte le persone dotate anche solo di un minimo di ragionevolezza e di umanità non possono che sperare e pregare perché questo esito giunga a compimento.

Ma il caso in sé rimane, ed è uno dei più profondamente significativi degli ultimi anni. L’assurdo tentativo, da parte dello Stato inglese, di eseguire la condanna a morte arbitraria di Alfie Evans, impedendo con la forza ai genitori di portare il figlio in un’altra struttura disposta ad accoglierlo, coincide con la negazione stessa di tutti i principi su cui si fondano la nostra civiltà, la nostra cultura e i nostri ordini statali.

Non è una violenza qualsiasi quella perpetrata su Alfie Evans e sui suoi genitori. Non è dovuta alla cattiveria di un singolo o di un gruppo di persone. Non è una casuale sciagura. È una decisione ponderata presa all’interno di uno stato di diritto, in cui si è affermato che una vita è «inutile» (futile il termine inglese utilizzato) e che i genitori non hanno diritto di tentare altre cure, in altri ospedali pronti ad accogliere e curare il bambino, e in cui si è messa in campo la polizia per impedire ai genitori di far vivere il loro figlio.

Non si tratta solo di “salvare” Alfie: si tratta di far sì che i suoi diritti inalienabili non vengano negati. E se solitamente è l’intervento dello Stato e della legge che, in uno stato liberale, dovrebbe garantire ciò contro l’arbitrarietà e la violenza privata, qui - cosa gravissima - è proprio contro l’azione dello Stato che bisogna agire per garantire ad Alfie e ai suoi genitori l’esercizio dei loro diritti. Una situazione grave e delicatissima che va chiarita al più presto, pubblicamente e nelle sedi internazionali opportune, inchiodando lo Stato inglese alle proprie responsabilità. Tacere su questa vicenda significherebbe avallare un precedente gravissimo, in cui uno Stato può tornare, come accadeva nell’ancien régime, a decidere arbitrariamente sulla vita e la morte dei propri sudditi.

 

Rossano Salini

 

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