Di fronte a una sentenza che decreta la morte di un fanciullo in fasce risulta difficile provare ad essere obiettivi e razionali, e non farsi trascinare da un moto di sentimentale vicinanza umana. Ancor più al giorno d'oggi, quando le foto circolano su internet a una velocità incontrollabile, e tutti possiamo guardare da casa nostra quel tenero bambino attaccato alle macchine che reclama silenziosamente il proprio diritto alla vita.

Ma qui non c'è bisogno di moti sentimentali per corroborare una posizione. E l'Europa, culla di quella civiltà che ha fatto della ragione, del lògos, il proprio fondamento, proprio nella piccola culla di Charlie Gard muore di inciviltà non tanto perché non si muove a tenerezza, ma ancor più perché abbandona completamente e consapevolmente le proprie radici.

È la ragione stessa che impone l'imprescindibile riconoscimento di quelle che chiamiamo evidenze. Lo ha chiarito in modo insuperato un filosofo di nome Aristotele, se qualcuno ancora lo ricorda, ponendo le basi per i ben noti principi di non contraddizione e del terzo escluso. Ebbene, sulle basi di questi fondamenti non possiamo non riconoscere che se esiste (ed esiste) un diritto alla vita, non può esistere un diritto al suo contrario, cioè la morte. E se non esiste nemmeno un diritto in tal senso, figuriamoci se esiste un dovere.

Se usciamo dall'aspetto puramente logico, ed entriamo in una riflessione di carattere sociale e politico, dobbiamo tutti riconoscere che o si parte dal presupporto che la vita, sempre e comunque, è un bene assoluto, e che la morte, sempre e comunque, in sé e non solo per logica conseguenza, è un male assoluto, o non ci sarà mai in alcun modo la possibilità di costruire una società giusta, leggi giuste, e un vivere civile ordinatamente indirizzato. Se ci si confonde tra vita e morte, quali altri abominevoli confusioni potremo generare? Ci sono confini che non vanno toccati, se non si vuole entrare in una terra di nessuno, dove cioè nessun uomo ha più la certezza di essere trattato per quello che per natura egli è.

Da qui discendono poi una serie di altri clamorose contraddizioni, in quel grottesco e tragico processo degno del miglior Kafka che sta portando, con la pervicace tenacia di medici, giudici inglesi e giudici di Strasburgo, alla morte di un fanciullo di 10 mesi contro il volere dei suoi genitori. La contraddizione di una cultura giuridica che, mentre erige sempre di più il totem dell'autodoterminazione nel caso in cui si debba decidere per la morte, in questo caso, in cui bisognerebbe decidere per la vita, se ne infischia e torna ad affermare il potere assoluto dello Stato contro il volere dei genitori. Genitori che, lo ricordiamo, chiedono solo che il bimbo venga tenuto in vita dando loro la possibilità di portarlo negli Stati Uniti per tentare altre cure, affrontando un viaggio per cui già si sono completamente autofinanziati con una colletta. E mentre lo si scrive si rimane sempre più increduli per il fatto che a loro sia negata questa possibilità, e che sia negata per legge, con l'avallo della legge.

L'Europa muore in quella culla. Muore la sua civiltà, muore la sua storia, muore l'affermazione della dignità assoluta dell'essere umano. Forse è già morta, e questo altro non è che l'ennesimo gradino di una scala in discesa su cui il nostro continente si è avviato ormai da tempo. La morte di Charlie Gard è una morte collettiva. La morte di chi dice: «Non piangete su di me, ma piangete su voi stessi e sui vostri figli». Dobbiamo cogliere il valore profondo, umano politico e sociale, di questa tragedia, perché la tenerezza per un bimbo, per quanto giusta e sacrosanta, non basta a capirne l'entità, anche se può aiutare a metterla a fuoco con il suo valore paradigmatico. Perché in quella piccola, tenera e tragica culla dell'inciviltà non sta morendo solo il piccolo Charlie. (Rossano Salini)

 

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