Pietà e comprensione. E’ questo che suscitano gli occhi di Josephine, la donna camerunense salvata al largo dalla Libia dal personale della Ong spagnola Open Warms. Lo sguardo esprime il terrore per l’esperienza che ha vissuto. Accanto a lei, sulla zattera improvvisata costituita da assi di legno e lembi di un gommone, galleggiavano due corpi senza vita. Un’altra donna ed il figlio di cinque anni. Per entrambi non c’è stato niente da fare.

Vittime, a detta del capitano della Open Warms, della guardia costiera libica. I militari li avrebbero lasciati morire in mare perché non volevano abbandonare il gommone e salire sulla motovedetta durante un’operazione che si è conclusa positivamente per 158 persone, di cui 34 donne e 9 bambini.

Una ricostruzione che è stata smentita da più fonti: le autorità di Tripoli, il Viminale e fonti giornalistiche tedesche oltre ad un free lance che erano a bordo della motovedetta battente bandiera libica.

Lo sguardo sconvolto di Josephine merita tutta la nostra compassione, ma pretende anche e soprattutto la verità. La Ong accusa i libici di avere deliberatamente lasciato morire i migranti, Salvini e altre fonti ufficiali hanno replicato bollando il racconto come una fake news.

In presenza di voci contradditorie, la sola cosa che possiamo fare è osservare la realtà. E la realtà dice che il Mediterraneo non è sicuro. Chi si avventura lungo la strada del mare mette a repentaglio la propria vita. Salvini ha ragione: il solo modo di ridurre le morti è ridurre gli sbarchi.

L’Italia non può accogliere tutti, le Ong non possono salvare tutti, i libici non possono controllare tutto. Chi decide ogni cosa invece, quando si prende il largo, è il Mediterraneo con la sua vastità e le sue innumerevoli insidie.

La verità è negli occhi di Josephine: il mare non perdona ed è capace di uccidere. Non c’è viaggio della speranza che possa equiparare il prezzo della vita umana. (Roberto Bettinelli)

 

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