Da giorni i riflettori sono puntati su Davos, Svizzera, dove il World economic forum riunisce il gotha del potere politico, economico e finanziario globale. Il leitmotiv può essere riassunto così: attenti a Donald Trump. Il messaggio: no al protezionismo made in Usa, che riporterebbe indietro le lancette della storia ai tempi bui del 20° secolo - qualcuno evoca perfino lo spettro della Grande guerra - sì alla globalizzazione e all’apertura di mercati e frontiere che rappresentano il futuro e, si dice, sarebbero garanzia di stabilità e di pace. I governanti europei, a partire da Angela Merkel, sposano la narrazione, suonano la sirena di allarme e mostrano il cartellino giallo al presidente americano. 

Ma prescindere dal discorso di Trump - che ha preparato il terreno facendo crescere come sempre la tensione, condendo l’attesa con lo spauracchio dei dazi su pannelli solari e lavatrici, perfettamente in linea col motto elettorale ’America first’ - una cosa è certa: i numeri dell’economia e i colpi messi a segno in politica interna gli stanno dando ragione. La crescita americana regge, la riforma fiscale ha ottenuto il via libera dal Congresso. E’ chiaro: si tratta dello stesso Congresso che, dopo la ‘guerra’ di tweet presidenziali contro il dittatore nordcoreano, ha visto una dozzina di membri confrontarsi con gli esperti sulla salute mentale di Trump e sul 25° emendamento, che consentirebbe di rimuovere un presidente che non sia «in grado di adempiere ai poteri e ai doveri della sua carica». 

Trump è un personaggio controverso. Su questo non c’è alcun dubbio. Come pure è indiscutibile che il mondo politico e l’establishment lo guardino dall’alto in basso, quasi con disprezzo. Impossibile poi ‘salvare’ la ridda di cinguettii compulsivi e contraddittori, le sparate mediatiche su cui l’inquilino dello studio ovale ha dovuto inevitabilmente fare marcia indietro. 

Il magnate di New York è certamente un outsider, catapultato a Washington da un calcolo sbagliato dei democratici alle elezioni e dal voto della ‘rust belt’, le tute blu che hanno voltato le spalle al partito ‘radical chic’ guidato allora dalla Clinton, accusato di aver dimenticato le istanze della base. Insomma un personaggio totalmente fuori dagli schemi della politica mainstream, che a un anno dall’insediamento nel gennaio 2017 continua sollevare interrogativi, suscitare dibattiti, accendere polemiche. Per non parlare del Russiagate e dei rapporti con Mosca, su cui è in corso una corposa indagine federale. 

Al netto di queste doverose sottolineature, è però fondamentale spazzare il campo dal pregiudizio per cui quello che fa The Donald sia sbagliato a prescindere. Anzi. A guardare i numeri dell’andamento dell’economia americana e le prime reazioni alla riforma fiscale - un risultato, comunque la si veda, di portata storica per gli Stati Uniti - le cose stanno in ben altro modo: le proiezioni stimano una crescita oltre il 2,5%, la borsa inanella record su record e il Congresso approva una riforma fiscale che si prevede possa dare una grossa spinta all’economia. E che comunque, proprio sul ‘terreno di Davos’ e nella relazione con il mondo economico imprenditoriale, ha già ottenuto i primi grossi risultati: l’endorserment indiretto della Silicon Valley e di altri big dell’industria - compresa FCA - con le big company della prima intenzionate a fare rientrare miliardi di liquidità parcheggiati all’estero approfittando dello scudo fiscale messo a punto dalla Casa Bianca, e i secondi che progettano di aprire nuovi stabilimenti negli Stati Uniti. 

Come dimostrano gli ultimi dodici mesi, per quanto imprevedibile e forse instabile il profilo di Trump sembra proprio quello di un uomo irresponsabile ma di un leader votato dal popolo che tenta di tenere fede alle promesse elettorali - ora di vincere le elezioni di mid term, come sottolinea Massimo Gaggi sul Corriere - e di un negoziatore che passa anzitutto dagli accordi bilaterali, scettico rispetto al multilateralismo ma pragmartico nelle relazioni internazionali. (Luca Piacentini)

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