Il partito di Matteo Renzi è una scemenza. Lo dicono i sondaggi più recenti in cui nemmeno il 5% degli elettori Dem sarebbe disposto a seguire l’ex segretario nel varo di un nuovo contenitore politico. E lo dicono gli esiti, disastrosi, che l’ex premier ha ottenuto in tutte le prove elettorali dopo le europee del 2014. Quelle in cui l’attuale senatore di Scandicci strappò il famoso 40%. Un traguardo mai più raggiunto. Anzi, proprio con Renzi il Pd ha subito un progressivo e inarrestabile ridimensionamento al punto che ora agonizza al di sotto del 17%. Insomma stando a ciò che si vede il Partito della Nazione, con il quale Renzi doveva catturare i voti un tempo appannaggio di Silvio Berlusconi, ha fallito clamorosamente.

Il Pd ha una sola possibilità di sopravvivenza. E di rinascita. Ossia la costruzione di un partito d’ispirazione socialdemocratica ampio, trasversale nell'ambito anagrafico e degli interessi sociali, e che possa riunire tutti i mondi della sinistra comprendendo la Cgil, D’Alema e i renziani per offrire un’alternativa serie e ragionevole al neoassistenzialismo del Movimento 5 Stelle. Una missione di cui Renzi, in virtù di quanto ha teorizzato e realizzato in passato, non può farsi carico. Se c’è qualcuno infatti che ha anticipato il populismo e gli eccessi mediatici dei governanti che al momento hanno in mano le chiavi della politica nazionale, è proprio l’ex titolare del Nazareno. E’ stato lui, per primo, a pretendere di sostituire la propaganda con il racconto dei fatti arrivando a polemizzare con le ‘agenzie terze’ tentando di dimostrare, per esempio, che il Jobs Act aveva sconfitto per sempre la povertà. Una bufala che oggi viene propinata dal vicepremier Luigi Di Maio, responsabile di quel decreto dignità che finora ha solo ridotto le possibilità di occupazione come certificano i dati di Assolavoro. 

Smaltite le scorie delle correnti e delle divisioni, il Pd può ancora svolgere un ruolo utile all’interno della politica nazionale difendendo i presupposti di una cultura che, quando si esprime al meglio, stacca in modo netto e inesorabile la nuova sinistra grillina in termini di preparazione, competenza e senso di responsabilità. 

D’altronde lo stato maggiore guidato da Di Maio ha ormai deciso di trincerarsi nella ridotta del reddito di cittadinanza che risponde ai bisogni del sud più disperato e arretrato. Un bacino importante sul piano del consenso ma che, non appena si accorgerà di essere stato preso in giro vista l’inattuabilità della misura a causa delle risorse inadeguate, volgerà altrove la propria attenzione.

Vada come vada, la sfida congresuale tra Zingaretti e Martina ha il pregio di rimettere in moto un partito che si era inceppato a causa del renzismo. Con un distinguo: Martina ha già dato mentre Zingaretti rappresenta la novità. Il governatore del Lazio non pare certo un fenomeno, di carisma ne ha davvero poco e non offre contenuti originali. Ma un fenomeno il Pd l’ha già avuto. Si chiama Matteo Renzi e ha quasi distrutto la sinistra. (Roberto Bettinelli)

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