Il renzismo non rappresenta più la cassaforte del consenso del Pd. Nonostante i bagni di folla pilotati del Lingotto, l’ex premier non sembra più in grado di coagulare le simpatie dell’opinione pubblica. I motivi del declino sono diversi ma gli effetti si possono riassumere in un dato mortificante emerso dagli ultimi sondaggi. Se la tripolarità del sistema politico italiano è ormai un format consolidato, lo è anche e soprattutto il sorpasso bruciante del Movimento 5 Stelle ai danni del Nazareno. Oltre 5 punti che portano i grillini nettamente in testa nella classifica delle preferenze degli italiani.

Un distacco che solo un mese fa, mentre Virginia Raggi doveva fronteggiare una scarica di accuse dopo l’arresto del braccio destro Raffaele Marra, non sembrava neanche lontanamente immaginabile. Poi nel Pd è scoppiato l’inferno. La volontà di Renzi di dimettersi per indire un congresso farsa, con il solo scopo di ottenere in tempi rapidi una conferma della propria leadership, è stata esiziale. Una decisione che ha azzerato il dibattito, che sarebbe stato invece assolutamente necessario avviare dopo la debacle referendaria e la caduta dell’esecutivo, esacerbando la situazione fino a spingere la sinistra interna verso la scissione. Bersani e Speranza hanno fondato il gruppo Democratici e Progressisti ma quasi simultaneamente l’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia lanciava ‘Campo Progressista’, Sinistra Italiana celebrava il congresso e Massimo D’Alema se ne andava sbattendo la porta. Un fronte unico contro Renzi che, improvvisamente, ha avuto la granitica certezza di non poter rivendicare una leadreship inclusiva, autorevole e trasversale al mondo della sinistra.

Una sequenza di azioni caratterizzate da una esplicita ostilità verso l’ex sindaco di Firenze, responsabile di aver trasformato un partito dalla tradizione assembleare in una formazione monocratica, e che ora deve vedersela con gli avversari interni delle primarie. Pur essendo in vantaggio sui rivali Orlando ed Emiliano, infatti, rischia di essere sbaragliato se non vincerà nettamente al primo turno. Il voto dell’assemblea nazionale potrebbe risultargli fatale.

Quanto alla partecipazione, le primarie di maggio saranno certamente al di sotto delle stime delle precedenti edizioni. L’adesione di massa ottenuta ancora nel 2013, quando gli elettori furono 2 milioni e 800mila, non sembra più ripetibile. Né Renzi, con i numerosi e gravi errori che ha commesso quando era il titolare di Palazzo Chigi, può fare da traino. Lo slogan della rottamazione non è più utilizzabile. Essere venuto meno alla promessa di lasciare la politica in caso di fallimento, è un gesto che lo colloca nella mente dei cittadini alla stregua degli odiati membri della casta. Una visione negativa che, per gli elettori di sinistra, risulta aggravata dalla pessima reputazione del corso riformista inaugurato dal suo governo che, in modo tanto ineluttabile quanto implacabile, è stato smontato pezzo dopo pezzo.

L’ultimo episodio, clamoroso, è rappresentato dall’abolizione dei voucher. Pressato dalla Cgil, che non ha mai smesso di denunciare l’uso dilagante e improprio di uno strumento pensato per il rilancio dell’occupazione, il presidente del consiglio Gentiloni è stato costretto ad imboccare la via del decreto per disinnescare il pericolo del referendum. Una prova elettorale che avrebbe messo in mostra la forte disaffezione del popolo della sinistra verso il Pd renziano. Un partito che non viene percepito come un soggetto in grado di aiutare gli ‘ultimi’, e che ora meno che mai può giocare la carta del rinnovamento, tanto demagogica quanto efficace sul fronte del consenso, e che ha visto la propria credibilità minacciata dal caso Consip dove ancora una volta Renzi è emerso come un fattore di debolezza. Il diretto coinvolgimento di uomini vicinissimi all’ex premier, come il ministro Luca Lotti o il padre Tiziano, ha gettato nell’imbarazzo l’ideatore della Leopolda che nonostante le giacche di pelle alla Fonzie e la comunicazione brillante si è costruito una fama non esente dai sospetti di lobbismo e di legami con i poteri forti. Una contiguità che non è stata smentita dall’ultima tornata di nomine nelle aziende del ministero del Tesoro, a partire da Eni ed Enel, dove le pedine renziane sono state ricompensate con sistemazioni all’altezza delle migliori aspettative. Al ‘fiorentino’ è stato imputato un eccesso di machiavellismo anche a seguito del baratto Lotti-Minzolini con i senatori dem che hanno votato contro la decadenza dell’ex direttore del TG 1, schierandosi al fianco di Forza Italia. Una mossa che vincola gli azzurri a fare altrettanto con il ministro dello Sport al momento opportuno. Nulla di veramente scandaloso per gli addetti ai lavori ma per gli elettori, soprattutto se di sinistra, la trattativa è stata interpretata come un torbido e inaccettabile sotterfugio.

Sopravvivere ai mille giorni di un governo che ha incassato una bocciatura sistematica e differita delle proprie iniziative di legge, non è cosa da poco. Renzi è scaltro e si muove bene. Ma ormai nessuno più lo identifica con il rinnovamento. Tanto più che gli italiani, quando era lui a tenere in mano le redini, non hanno sperimentato benefici pari a quelli che venivano decantati nelle famose slide di Palazzo Chigi. I dati sulla disoccupazione lo dichiarano plasticamente. Siamo fra gli ultimi in Europa né le nostre aziende lavorano oggi in un contesto più competitivo o meno vessatorio. Scarsa operatività e pochezza ideale. Questo è nella sostanza il fenomeno Renzi. E questo è il Pd odierno che sta soccombendo davanti ai 5 Stelle per demeriti propri più che per le qualità degli avversari. (Roberto Bettinelli)

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