Matteo Renzi non è mai stato così debole. Vedere i dem, titolari del'ultimo partito di massa italiano, in netta contrazione al punto da non poter più ambire al primato nella corsa con il centrodestra e con i 5 Stelle desta un certo stupore. Ma il fulcro della debolezza di Matteo Renzi è da rintracciare a monte. E’ necessario, cioè, percorrere un viaggio a ritroso nel tempo. Lo spartiacque nelle fortune politiche ed elettorali di Renzi è ben visibile in quel 4 dicembre del 2016 quando la maggioranza degli italiani, e soprattutto la maggioranza dei votanti della sinistra, hanno affossato la riforma costituzionale che portava proprio il nome di Maria Elena Boschi. Da allora Renzi ha perso tutto: la guida del governo, la credibilità personale avendo cinicamente smentito la promessa di lasciare la politica attiva in caso di sconfitta, il mito dell’imbattibilità elettorale. Solo un partito stracotto si è illuso di poter concedere all’ex premier una riconforma alla segreteria senza pagarne il fio. Un errore che ne ha innescati molti altri. L’ultimo dei quali, e il più lesivo per le sorti del Pd, ha coinciso con la scissione di MdP.

Adesso il giglio magico è sotto attacco per la nota vicenda di Banca Etruria che in questi giorni ha subito una recrudescenza mediatica a causa delle audizioni della commissione parlamentare. Audizioni nelle quali sono stati fatti ripetutamente i nomi di Maria Elena Boschi e Marco Carrai. Due fedelissimi di Renzi. La prima si è difesa ammettendo una mera richiesta di informazioni ma non le pressioni che le vengono attribuite dagli avversari. Una linea che giudichiamo credibile e che non la espone ovviamente a risvolti penali, ma che è apparsa a molti inadeguata sul piano della correttezza politica per il fatto che il padre della Boschi era stato vicepresidente di Banca Etruria. La stessa banca dove lavorava anche il fratello. L’opinione corrente, nella stessa sinistra, è che la Boschi non dovesse nemmeno informarsi come ha spiegato pubblicamente Pierluigi Bersani. Tanto più che il ministro deputato a farlo, Pier Carlo Padoan, non aveva delegato nessuno ad agire in tale senso.

Quanto a Carrai ha negato ogni manifestazione di interesse. Ma Federico Ghizzoni, ex ad di Unicredit, ha riferito in commissione di una email ricevuta dal consigliere del segretario del Pd. Tutti si sarebbero aspettati una puntata dedicata ma il presidente Pier Ferdinando Casini è intervenuto duramente: «Basta scorribande». Audizione negata.

Renzi ha già detto che Meb (Maria Elena Boschi) sarà ricandidata. Ma ormai l’ex ministro è nella bufera. Non sarà facile trovarle un collegio sicuro. Sarebbe naturale che corresse nella terra natale, ad Arezzo, ma lo scandalo Etruria è troppo vivo. Meglio Firenze. E allora sarebbe come fuggire. Certo il Pd deve trovare una soluzione. L'impressione è che non sarà indolore anche perché gli amici-nemici di Mdp, stimati dai sondaggi tra il 6% e l’8%, non sono disposti a lasciar correre. Sorge quindi spontanea una domanda: perché Renzi non molla la Boschi come fece a suo tempo con Enrico Letta? Le doti machiavelliche di certo non mancano al fiorentino.

Immediata la risposta: Meb è una creatura di Renzi, al punto che nell’immaginario i due quasi si sovrappongono. Un passo indietro dell’aretina provocherebbe un’ulteriore perdita di credibilità del leader. Una cosa che Renzi non si può permettere. E così l’ordine del Nazareno è blindare Meb. Ma intanto il consenso seguita a calare. E il ‘capo’ si ridimensiona dichiarando che il Pd lotta per essere il primo partito italiano quando i dati più ottimistici oscillano intorno ad un magro 25%. Numeri che valgono come un verdetto di sconfitta nella imminente sfida elettorale. Renzi lo sa, ma in questo momento può solo resistere. Un logorio che lo rende ogni giorno più debole. (Roberto Bettinelli)

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