Pochi giorni e Renzi tornerà ad essere il segretario del Partito Democratico. Basta questo per stabilire la differenza con quanto sta avvenendo in Francia dove l’ascesa di Emmanuel Macron risulta spiazzante e inedita. Il fondatore del movimento ‘En Marche’ ha saputo determinare la convergenza tra la tradizione socialista e il centro moderato, sviluppando una proposta che miscela le antiche aspirazioni della sinistra e le leve della finanza internazionale. Una novità sugellata dalla non appartenenza ad un partito noto e ben definito. Un'autonomia, quella di Macron, che sa di vera innovazione e che è il frutto di una legittimazione personale.

Il parallelo che si può stabilire fra la sinistra francese e italiana, decisamente azzardato se si prendono in esame i tempi e i leader in campo, mette in luce una immediata disparità sul piano tattico e strategico. Matteo Renzi, infatti, è alla sua terza edizione delle primarie in qualità di competitor. La prima volta risale al 2012. E anche in quella situazione fu tutto tranne che un esordio dal momento che già nel 2004 era stato eletto presidente della Provincia di Firenze. 

A urne chiuse, inoltre, Renzi dovrà predisporre una strategia in previsione delle amministrative di giugno che sarà con ogni probabilità incoerente rispetto al canovaccio seguito finora. L’ex premier dovrà decidere, in definitiva, che tipo di legge elettorale licenziare e con chi allearsi. In merito al primo argomento la confusione regna sovrana. Il parlamento sta facendo quadrato intorno alla soluzione che meglio tutela il principio della rappresentatività, allargando le maglie così da favorire le formazioni minori. Una tendenza che nel Pd appare ormai prevalente nonostante la versione ufficiale sostenga la tesi opposta. In merito al secondo argomento le alternative sono due: recuperare il modello centrista con l’obbiettivo di sedurre l’elettorato berlusconiano in continuità con la linea dei mille giorni oppure aprire a sinistra e ricucire con i sindacati.

I segnali che arrivano dal Pd sono chiari: a prescindere da chi sarà il nuovo segretario sarà questa seconda opzione ad averla vinta. La prova è recente e non teme smentite: il dietrofront sulla patita dei voucher che ha consentito di evitare il pericolo del referendum voluto dalla Cgil di Susanna Camusso.

I voucher sono sempre stati presentati da Renzi e dai suoi ministri, compreso l’attuale presidente del consiglio Gentiloni, un punto irrinunciabile del Jobs Act e della strategia riformista per rilanciare l’occupazione. Una modalità nata con il fine di far combaciare domanda e offerta di lavoro in un Paese che vanta uno dei peggiori tassi di disoccupazione del vecchio continente.

Ma se il Pd ha preferito cambiare direzione, spaventato dal ricorso alle urne, è perché l’ipotesi di una sconfitta si è fatta avanti in modo concreto. Un esito inaccettabile dopo l’inatteso e traumatico tracollo dei ‘sì’ nel referendum sulla riforma costituzionale.

Un partito timoroso di non poter fare affidamento sul proprio popolo alle urne e un segretario in pectore, Matteo Renzi, ormai privo del carisma che si poteva ammirare nel pieno fulgore dei mille giorni di palazzo Chigi.

La svolta a sinistra, contrariamente a quanto accade con Macron e le presidenziali francesi, appare ineluttabile e considerati i pregressi l’ex premier, che ha sempre mostrato ostilità verso il progetto di una grande alleanza delle sinistre, appare come il meno indicato ai fini del raggiungimento dell'obbiettivo. Inoltre ha già provato a cambiare il Pd. Con il risultato che è stato lui a dover cambiare. Rimediando un brutta figura e gettando nel panico un partito che ora ritenta goffamente l'esperimento delle primarie mettendosi nelle mani di colui che più l'ha illuso e indebolito. (Roberto Bettinelli)

 

 

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