La definizione delle liste elettorali rappresenta certamente uno dei momenti in cui la politica sembra dare il peggio di sè. Che sia necessario circoscrivere una rosa di nomi da candidare alle urne è una cosa di per sé necessaria, utile e al tempo stesso nobile proprio perché indispensabile al funzionamento della democrazia. Un’operazione che, almeno in teoria, avrebbe il fine di popolare il parlamento di persone competenti capaci di produrre buone leggi per i cittadini. Ma ciò che stanno osservando gli italiani in prossimità della scadenza elettorale appare molto distante da queste premesse, configurando uno spettacolo che non giova alla reputazione di una classe politica già vistosamente in caduta libera.

Più che una selezione degli eletti, e quindi dei migliori tra i cittadini, lo scenario è dominato da logiche che purtroppo molto spesso nulla hanno a che fare con i criteri della competenza, dell'indipendenza di giudizio, della capacità d'iniziativa o del radicamento territoriale. Il Pd, sotto questo punto di vista, sta vivendo un autentico dramma. Il partito di Renzi è avviluppato in una crisi profonda che è del tutto sovrapponibile al calo credibilità del leader agli occhi degli elettori. Oggi, non a caso, l’uomo dotato di maggiore presa sull’opinione pubblica non è il talentuoso segretario ma il premier Gentiloni. I sondaggi rivelano un Pd in contrazione continua al punto che Renzi, nel definire gli obiettivi in vista delle urne, ha abbandonato il traguardo della ‘modalità 40%’ per ripiegare su un magro e riduttivo 25%. Un tracollo annunciato per un partito che da sempre pretende di essere guidato da una vocazione maggioritaria.

I problemi di Renzi, inoltre, si sono fortemente accentuati proprio in questi giorni in cui sono stati ultimate le liste dei candidati che correranno nei collegi più sicuri. Queli, cioè, dove l'elezione è garantita. Stando ai compagni di partito avrebbe approfittato dell’occasione per fare tabula rasa o quasi degli avversari interni. Da qui le critiche, forti e decise, di personalità in vista come i ministri Minniti e Orlando, del governatore Emiliano e dell'ex avversario alla segreteria Cuperlo o del sindaco di Milano Beppe Sala. Il Pd si presenta dunque al difficile appuntamento delle urne penalizzato dalla scissione di Liberi e Uguali e da una coesione interna ormai inesistente. La stessa trovata comunicativa del segretario dem di farsi fotografare con le due nonne per lanciare il messaggio ‘la campagna elettorale comincia da qui’ appare come il tentativo maldestro di fornire una lettura sentimentale, ‘pulita’ e rassicurante proprio nel momento in cui viene esercitato il massimo cinismo della politica.

Parallelamente i 5 Stelle sono ormai in preda, a detta di attivisti e sostenitori, ad una deriva antidemocratica dove le decisioni della base manifestate nel corso delle parlamentarie sarebbero state sovvertite per lasciare il passo alle indicazioni calate dall’alto. Qui, stando alle polemiche, ad avere il via libera per la candidatura nei collegi più favorevoli sarebbero state le figure preferite dal candidato premier Di Maio. Quanto al centrodestra l’episodio di Razzi che lamenta di essere stato ‘sedotto e abbandonato’ per il fatto di dover correre in un collegio della circoscrizione estero, ritenuto troppo difficile, non può che deludere gli elettori ansiosi di novità e cambiamento.

Insomma, quello che era il momento in cui stabilire un patto di riconciliazione con gli italiani stanchi della politica e delle sue liturgie sterili rischia di tradursi nell’ennessima prova di scollamento fra il palazzo e il paese reale con tutto ciò che ne consegue sul fronte della partecipazione e dell'affluenza. (Roberto Bettinelli)

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