Fa un po’ impressione la veemenza con cui Carlo De Benedetti ed Eugenio Scalfari da alcuni giorni se le stanno, metaforicamente, dando di santa ragione per via mediatica. Le parole dell’ex proprietario di Repubblica, rilasciate durante un’intervista a Lilli Gruber su La7, sono da rissa vera e propria: «Non voglio più commentare un signore molto anziano che non è più in grado di sostenere domande e risposte. Ho dato un pacco di miliardi pazzesco a Eugenio quando ha voluto essere liquidato dalla sua partecipazione. Quindi deve solo stare zitto tutta la vita, con me». E sull’ormai arcinota dichiarazione di Scalfari in merito alla preferibilità di Berlusconi in un’eventuale scelta obbligata tra il Cavaliere e Di Maio, De Benedetti è andato anche qui giù con l’accetta: “nessuno dei due” è la risposta giusta, anzi «la risposta ovvia da dare se uno non ha problemi di vanità».

Un vecchio un po’ rimbambito, vanitoso, che ha preso un sacco di soldi e che deve quindi stare zitto. Ecco il bel quadretto che ne esce. E pensare che qualche anno fa il connubio De Benedetti-Scalfari sembrava essere qualcosa di indissolubile, la quintessenza del giornalismo di qualità nel nostro paese, in contrapposizione alle brutture dell’impero mediatico berlusconiano.

Ora il salotto di Repubblica da elegante si è fatto assai sbracato. Non che De Benedetti abbia mai dato l’impressione di essere un raffinato, sebbene abbia cercato di darsi un’aria altolocata, separando nel proprio cognome il “De” nobiliare dal “Benedetti” (cosa che il fratello Franco, ad esempio, non ha fatto, continuando tranquillamente a farsi chiamare e a firmarsi “Debenedetti”). Ma qui siamo ben al di sotto di una semplice "non raffinatezza". C'è qualcosa di più.

Il giornale della sinistra radical-chic italiana è ora il teatro di uno scontro da trivio. Scalfari, sia pur con maggiore eleganza verbale, risponde però a tono quanto ad argomenti. Altro che miliardi e miliardi: «Ha contribuito con cinquanta milioni ad un capitale di 5 miliardi». E altre amenità dello stesso tenore, sui patrimoni da Re Mida dell’«ingegnere», tra ville sfarzose in Andalusia e grandi yacht per far crociere in giro per il mondo.

Secondo le categorie sociali, politiche e culturali da sempre vendute un tanto al chilo da “Rep”, una tale discussione, con argomenti così smaccamente venali, sarebbe adatta in bocca a degni rappresentanti della destra spaccona, con le volgari smargiassate degli arricchiti alla Berlusconi e soci che tutto pesano sulla base dei soldi dati o ricevuti. E invece no: sono proprio loro, quelli di Rep, quelli che sulla superiorità morale e culturale della sinistra hanno campato per decenni, che ora finiscono con l’ingaglioffarsi in una disputa assai poco onorevole per entrambi i contendenti.

Cosa dobbiamo concludere: che quel mondo, quel giornale, anzi, quei giornali, cioè Repubblica ed Espresso, quei seletti pulpiti da cui predicavano i grandi sacerdoti della cultura “alta” del nostro paese, è ora tutto un universo caduto in disgrazia, degenerato, un presente avvilente da paragonare a un passato glorioso?

Nient’affatto: la rissa tra le due anime del gruppo Repubblica-Espresso non fa altro che mettere in luce quel che prima stava sotto la cenere, e che in pochi del mondo culturale italiano avevano capito da tempo, se non da subito. E cioè che non v’era nulla di alto, di nobile, di superiore in quel giornalismo militante ed ideologico, in quel moralismo giustizialista, in quello snobismo ingiustificato, in quella vera e propria egemonia se non dittatura culturale che è stata imposta al nostro paese per tanto, troppo tempo. Non c’è alcuna degenerazione: c’è il disvelarsi del reale valore di quell’ambiente, che si credeva e si crede superiore, e invece vive degli stessi difetti, delle stesse bassezze di cui tutti i mortali si macchiano, compresi i puri, dotti e onestissimi del mondo Rep.

Nessuna degenerazione, dunque, ma semmai una semplice rivelazione, un vero e proprio pubblico smutandamento che non fa altro che chiarire una realtà di fatto. Chi continua a cianciare sul “berlusconismo” quale causa dell’abbassamento del livello culturale del nostro paese, si faccia qualche domanda in più. E mediti sul fatto che questi signori, che ora si sculacciano a suon di parole da gradassi su pacchi di miliardi, ville e yacht, sono quelli che per decenni di quel livello culturale hanno avuto in mano l’asticella.

 

Rossano Salini

 

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