Le parole sono importanti. E le parole pesanti lo sono ancora di più. Quando una persona che ricopre un ruolo di responsabilità decide di utilizzare tali parole c’è dunque da drizzare le antenne, e capire se ci si trovi di fronte a un uso sconsiderato del linguaggio, o se non vi sia invece un allarme che va colto e compreso.

Le pesantissime dichiarazioni rilasciate dalla preside del Liceo Virgilio di Roma appartengono con tutta evidenza alla seconda categoria. I fatti che hanno preceduto le sue parole sono tanto noti quanto gravi: violenza, droga e sesso con tanto di filmini girati e diffusi, il tutto durante le ormai fantomatiche occupazioni scolastiche. Ma non sono episodi isolati, ed è questo il cuore della denuncia della preside: tutto questo avviene perché la scuola è tenuta in ostaggio da un “clan” di studenti arroganti, con tanto di copertura da parte dei genitori. Sono figli della “Roma bene”, è stato detto. Ma una tale definizione - un po’ trita e generica - non basta, ed è il caso di comprendere e dettagliare meglio per capire la gravità di quanto sta accadendo, in quella e in altre scuole.

Al di là infatti della caratterizzazione “sociologica” della Roma-bene, è necessario mettere in luce che gli studenti di cui stiamo parlando sono gli studenti del cosiddetto “Collettivo”, lo pseudo-organo studentesco che è alla base dell’organizzazione delle occupazioni. È questo il milieu in cui la violenza della scorsa settimana è maturata e poi scoppiata. Le bombe carta e la diffusione di filmini girati a scuola è l’ultimo frutto, e quello più maturo, di questi ambienti che ancora qualcuno ideologicamente vorrebbe dipingere come luoghi di impegno e di maturazione di una coscienza civile da parte dei ragazzi.

I collettivi studenteschi e le occupazioni sono invece una grandissima farsa, con alcuni risvolti drammatici. Sono i luoghi autentici della diseducazione, della perdita di contatto con la realtà, della scelta sistematica dell’ideologia come alibi che dà il salvacondotto per commettere qualunque tipo di fesseria. Non c’è bisogno di bombe carta e di minacce per dire che le occupazioni sono un fenomeno violento: il fatto stesso di tenere in scacco una scuola è già di per sé violenza. La si smetta una volta per tutte di giustificare questa autentica pazzia, che abitua i giovani a una cosa pericolosissima come giustificare la dittatura delle minoranze.

Gli studenti veri, autentici, sono quelli che vanno a scuola per fare il loro dovere, per studiare, per appassionarsi a ciò che nelle classi viene insegnato, e che attraverso lo studio e l’applicazione quotidiana diventano uomini, abituati a fare anche sacrifici. Dai collettivi e dalle occupazioni, invece, viene fuori solo una casta di scansafatiche violenti coperti dall’alibi dell’ideologia, nemmeno più studiata e coltivata ma passata quasi per osmosi attraverso il fumo delle canne.

Un’ideologia sempre più stanca, fatta di slogan vuoti che non hanno più nemmeno lontanamente una parvenza di serietà culturale come poteva esserci negli anni Sessanta e Settanta, pur con tutta l’ambiguità e la violenza (anche palese) che già in quel tempo emergeva. Basta guardare gli slogan che pronunciano, frutto di una radicale e totale ignoranza dei fatti e dei problemi. Come quando, ad esempio, protestano ridicolmente contro la “privatizzazione” della scuola, in un paese come l’Italia - fanalino di coda in Europa insieme alla Grecia - dove la scuola è solo e unicamente statale e statalizzata, e la parità scolastica non esiste se non sulla carta.

Il problema, dunque, è solo marginalmente legato all’analisi sociologica su quanto accade nella “Roma-bene”. Il problema è scardinare un uso violento e - questo sì - privatistico della scuola da parte di persone che, se avessimo un sistema scolastico serio, dalla scuola dovrebbe essere cacciate senza remore. Bisogna affrontare la situazione di petto, e smetterla di limitarsi ad analizzare e commentare. Se, ad esempio, alcuni studenti decidono di occupare una scuola vietando di fatto a chi lo volesse di svolgere la propria normale e quotidiana attività, tale gesto va semplicemente definito per quello che è: una illegalità, che come tale va impedita.

E bisogna smetterla con i genitori alla Peppino Caldarola, ex direttore dell’Unità e padre di un ragazzo del Virgilio, che in tutto questo non trova altro da fare che criticare la preside che ha osato parlare di «metodi mafiosi». La preside ha fatto bene, e va solo aiutata. E con lei vanno aiutate tutte le persone che lavorano per fare della scuola un luogo di crescita, di educazione, di maturazione. L’alternativa è tenerci una situazione in cui giovani crescono rimbambiti dal fumo delle canne e dell’ideologia, non diventando altro che scansafatiche intellettualizzati destinati a un inevitabile fallimento esistenziale. (Rossano Salini)

 

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