Non c’è da farne una tragedia, lo sappiamo bene. Nei prossimi giorni ci ripeteremo più volte che il calcio è pur sempre un gioco; e ci lamenteremo anche, ricordando che il clamore per una notizia come la mancata qualificazione ai mondiali di un paese che fa del calcio lo sport nazionale, per quanto eclatante possa essere, deve per forza di cose cedere il passo in breve tempo a problemi ben più importanti.

Va bene, siamo tutti d’accordo. Nei prossimi giorni lo diremo e ridiremo. Ma oggi no. Oggi brucia. Eccome se brucia. E il pensiero che tra un anno ci saranno turisti tedeschi in vacanza in Italia che ingurgitando avidamente pizze e birre si gusteranno alla tv i mondiali, godendosi uno spettacolo dal quale noi siamo rimasti esclusi, fa tremendamente ribollire il sangue. Fosse un appuntamento di ogni anno sarebbe tutt’altra cosa: ma restare altri cinque lunghi anni (e speriamo solo questi) senza almeno sperare di sentire un cronista urlare «campioni del mondo, campioni del mondo» è una cosa che destabilizza un po’. Saremo superficiali finché si vuole. Ma così è.

E poi, a ben pensarci, la questione non è poi proprio così secondaria. Al di là dei calcoli che già si stanno facendo sui mancati guadagni che tale esclusione implica, sia diretti (pensiamo solo ai diritti tv) che di indotto, c’è anche qualche ragione più profonda su cui riflettere, prima di scansare la vicenda come irrilevante e buona solo per perditempo.

Si capisce molto dello spirito e dello stato di salute di una nazione da come essa vive lo sport. Per quanto l’esempio ci possa apparire lontano, pensiamo al valore immenso che la pratica sportiva aveva nell’antica Grecia, culla della nostra civiltà anche sotto questo aspetto, quando addirittura si fermavano le guerre durante le Olimpiadi.

E se si capisce molto di una nazione dal modo con cui essa vive lo sport, non è azzardato dire che proprio da questa sconfitta calcistica si capisce molto della condizione attuale dell’Italia. Una nazione che lotta poco, confusa, e anche ingessata da vecchi schemi che non riusciamo ad abbandonare. Non serve a nulla mettersi a inanellare frasi retoriche alla vigilia di ogni partita parlando di “cuore” e di “carattere” con cui “scendere in campo”: tutte parole al vento, quando poi emerge chiaramente che proprio dal punto di vista caratteriale veniamo letteralmente surclassati da un’accozzaglia di macigni svedesi, totalmente incapaci di produrre un calcio accettabile ma con un’animosità e una voglia di vincere ben superiore alla nostra.

Questa mancanza di lucidità e di carattere, che ha contraddistinto gli uomini scesi in campo e ancor di più colui che avrebbe dovuto guidarli alla vittoria, è un po’ la condizione generale della nostra nazione: guidata male, vecchia, stanca e assai poco propensa alla lotta. E anche scarsamente consapevole dei propri limiti e difetti.

Vale la pena ricordare un episodio significativo: dopo gli europei del 2000, la Germania accusò fortemente la clamorosa eliminazione dal girone, e rifondò in un certo seno il proprio movimento calcistico, puntando molto sui giovani e modernizzando le strutture. Una capacità che naturalmente la nazione tedesca sa applicare a questioni anche più importanti. Pensiamo solamente a come anni fa la Germania visse come un autentico trauma nazionale e politico il cattivo posizionamento nelle indagini Ocse sui sistemi scolastici. E il trauma fu metabolizzato: si prese consapevolezza dei problemi emersi, ci si rimboccò le maniche, e la Germania in pochi anni migliorò il proprio sistema educativo andando a scalare le classifiche dell’Ocse.

L’Italia di oggi avrebbe bisogno di imparare esattamente questo spirito. Non è un’utopia: è lo spirito che la nostra nazione ha già ampiamente dimostrato in altre fasi della propria storia. L’Italia ad esempio che si è rimboccata le maniche appena dopo il 1945, avviando una vera e propria ricostruzione nazionale. Un paese sano e robusto, nei principi che lo animavano e nelle azioni conseguenti, che - per restare nel parallelismo - era ben rappresentato da quella straordinaria nazionale quasi interamente composta dai giocatori del grande Torino, fantastici calciatori e veri lottatori, fermati solo da quel destino che li fece morire sulla collina di Superga.

Le sconfitte servono, e a volte sono molto più salutari di cattive vittorie che rischiano di far dimenticare i problemi. Anche se l’atteggiamento del giorno dopo non fa ben sperare: nessuno si assume la responsabilità, a partire da un allenatore e un presidente di federazione che non rassegnano quelle dimissioni che avrebbero dovuto presentare un secondo dopo una sconfitta così clamorosa.

Certo: cambiare le teste, nel senso dei capi, non basta. Bisogna cambiare le teste, nel senso della mentalità. E bisogna trovare lo spirito giusto per guardare a una sconfitta come a un’occasione, partendo innanzitutto dalla consapevolezza dei tanti errori, anche di sistema, che a questa sconfitta ci hanno portato. Una lezione che va ben oltre il calcio, e che speriamo possa essere raccolta, per lo meno prima di quegli ahinoi lontanissimi mondiali del 2022. (Rossano Salini)

 

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