Leader irrimediabilmente azzoppato dai fallimenti politici o aspirante premier pronto a tornare protagonista sulla scena nazionale? Rottamatore della vecchia guardia, impopolare e inadeguata, e riformatore del partito oppure segretario che passerà alla storia per la scissione con gli ex Pci e il conseguente indebolimento dem? 

Sono in molti a chiedersi che fine farà Matteo Renzi: la sua carriera politica è finita o la sconfitta del 4 dicembre scorso è solo una battuta d’arresto? 

Di certo la popolarità del segretario non è quella della scalata al partito. E più che un attore protagonista pronto a calcare ancora una volta il palcoscenico, negli ultimi giorni la sensazione è che Renzi sia un leader in grande difficoltà, un uomo politico che sta tentando in tutti i modi di uscire dall’angolo, cercando altrove, fuori dal tradizionale bacino elettorale del centrosinistra, una scialuppa di salvataggio. 

Come altro si potrebbe leggere, infatti, il caso sollevato dalla risposta fredda e distaccata dell’Europa all’ultima boutade sul deficit al 2,9% per ridurre le tasse? 

Difficile sfuggire alla sensazione di trovarsi di fronte, più che a proposte di sostanza, ad un’operazione di marketing politico. Due indizi. In primo luogo la guerra-non guerra dichiarata da Renzi all’Europa sull’«odiato» parametro del 3% punta sì il dito contro Bruxelles ma subito dopo nasconde la mano, attacca cioè la rigidità europea senza contestarne le regole con atti concreti, tant’è che lo sforamento non è contemplato dalla proposta. 

Inoltre il riferimento al calo della pressione fiscale, storico cavallo di battaglia del centrodestra, più che un obiettivo da perseguire in modo convinto e determinato sembra un tentativo, a dire il vero neppure troppo dissimulato, si pescare in un bacino elettorale che non è quello del centrosinistra. Potremmo infatti chiedere al segretario PD: se davvero crede così tanto al taglio delle tasse, perché non l’ha posto come priorità programmatica fin dal suo ingresso in politica?

Domande che attendono risposte. Comunque la si guardi, un dato è innegabile: le elezioni politiche si avvicinano. E l’avviso ai lettori è questo: saranno le urne a guidare i prossimi passi dei leader dei vari schieramenti. La politica vuole infatti che per esercitare il potere, lo si debba prima conquistare. E in un regime democratico, dove sono libere elezioni, e non la forza, a decretare il vincitore, è altrettanto ovvio che tutti gli aspiranti premier cerchino di attirare il consenso. 

Ma c’è una regola d’oro, tanto banale quanto utile, per individuare il più credibile: cercare di capire dai programmi e dalla storia politica personale chi non tenta di cambiar pelle solo per un tornaconto elettorale. (Luca Piacentini)

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