“Just Breathe”, “Solo respiro”. L’ha tatuato sulla pelle, Rachele Somaschini, 24enne milanese, pilota di auto da corsa. Perché lei, in barba alla fibrosi cistica, «una malattia genetica, invisibile e degenerativa» che colpisce gli organi interni, rendendo difficoltosa la respirazione, vuole provarci. Sempre. «Combatto la malattia da quando sono nata, e, proprio perché so di avere un’aspettativa di vita limitata, voglio vivere al massimo e sfruttare tutte le occasioni che la vita mi concede. Non amo le rinunce, se non quando strettamente necessarie.  Mi piace sognare, e non smetterò mai di inseguire i miei sogni» spiega.

Razionale e sognatrice al tempo stesso, Rachele ha scelto di raccontare la malattia anche attraverso il suo corpo: «Ho deciso di tatuarmi sugli avambracci le mutazioni genetiche ereditate dai miei genitori, che sono portatori sani di fibrosi cistica, sia per celebrare il particolare legame che ci lega, sia per far capire a chi vuole conoscermi più da vicino che la malattia fa parte di me. Anzi, credo abbia determinato la parte migliore di me».

Già, perché Rachele, dall’età di 16 anni, ha smesso di nascondersi ed ha avuto il coraggio di raccontare la propria esperienza, divenendo testimonial della “Fondazione per la Ricerca sulla Fibrosi Cistica Onlus”: «Quando ero piccola non parlavo volentieri della malattia per il timore di non essere capita, non è facile spiegare i sintomi di una patologia invisibile, di cui pochi sono a conoscenza. Poi ho cominciato a raccontare la mia esperienza. Oggi collaboro attivamente con la “Fondazione per la Ricerca sulla Fibrosi Cistica Onlus” per sensibilizzare e raccogliere fondi, nella convinzione che sia importante informare tutti per un futuro migliore. Attorno alla fibrosi cistica aleggia ancora troppa ignoranza. È bene che si capisca che al mondo esistono persone, all’apparenza normali, che per vivere un giorno in più continuano a curarsi e a combattere».

Rachele si alza due ore prima degli altri: «Le mie giornate cominciano e finiscono con la fisioterapia respiratoria, anche se, a volte, devo farla anche al pomeriggio. I progressi fatti dalla ricerca nel corso degli anni, mi hanno consentito di ridurre il tempo dedicato alle cure e di trovare la mia normalità. Ma non bastano. Oggi per la fibrosi cistica non esiste una cura, ed è importante trovarla. Per questo è opportuno continuare a sostenere la ricerca».

Ma, nonostante la vita spesso sia in salita, Rachele ha scoperto che le salite non sono poi tanto male, se scalate a bordo di un’auto: «Correre in auto per me è il coronamento di un sogno. Essere riuscita a realizzarlo, nonostante la malattia, è un grandissimo traguardo. Quando salgo in macchina ed abbasso la visiera è come se cominciassi a vivere una vita parallela alla mia: mi dimentico dei problemi quotidiani e penso solo a dare il meglio di me». Poi, però, la malattia la riporta alla realtà: «Raramente mi manca il respiro. Quando capita, vengo immediatamente catapultata nella realtà, ma non mi lascio fermare. La gara è anche una sfida con me stessa e la malattia: voglio abbattere i limiti ed avere la meglio sulla fibrosi cistica».

Consapevole della complessità della malattia, Rachele parla incessantemente di fibrosi cistica, anche nei paddock grazie a “Correre per un respiro”, il progetto da lei creato per unire la passione dei motori alla sua voglia di sensibilizzare: «Al netto delle vittorie e delle sconfitte, mi piaceva l’idea di portare, anche nel motorsport, un messaggio diverso, così ho scelto di creare “Correre per un respiro”, per parlare di fibrosi cistica anche in auto».

Affacciatasi al mondo dei motori nel 2014 in coppia con il papà, nel 2016 Rachele ha vinto il Campionato Italiano sia in pista che in salita, ma nel 2018 ha sentito l’esigenza di spingersi oltre ed agguantare il sogno di sempre. È così che è approdata nel Campionato Italiano di Rally: «È stata un’emozione unica, oltre che una grande soddisfazione. Quando mi è stato proposto di fare rally ero piena di perplessità, perché, pur essendo il sogno di una vita, avevo il timore di non riuscire a reggerlo fisicamente. Oggi, però, posso dire, con profonda gratitudine nei confronti di chi mi sostiene sempre, che, nonostante le difficoltà, ho vinto io». Perché Rachele vuole vivere. A tutto gas.

 

Gloria Giavaldi

 

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