Votare Sì al referendum è al tempo stesso un atto di responsabilità e di buon senso. Non ci vuole molto per capire che lo Stato centrale, ormai, non offre più alcuna garanzia in merito ad una sana gestione delle risorse economiche che provengono da una fiscalità onnivora. Nell’ultimo decennio abbiamo assistito ad un crescente taglio dei trasferimenti con il risultato, del tutto simile ad una beffa, che il residuo fiscale della Lombardia ha raggiunto la cifra astronomica di 56 miliardi di euro.

Il buon senso dice che i lombardi, se ci tengono ad avere una qualità dei servizi e degli standard di vita all’altezza delle loro capacità, non possono più farsi carico degli sprechi di una macchina pubblica incontrollabile. Né possono sostenere le inefficienze delle altre regioni che, volenti o no, sono chiamate ad assumere un comportamento virtuoso nella gestione dei conti.

Non è tollerabile che la Sicilia per il personale, le spese legali o le consulenze superi la Lombardia di cinque volte. Né che lo facciano, per quanto in misura minore, il Lazio e la Campania. Non è tollerabile il trattamento di favore che viene concesso in modo anacronistico alle regioni a statuto speciale dove il ricavato dell’Iva e dell’Irpef viene lasciato sui territori in proporzioni che oscillano tra il 90 e il 100%.

Domenica 22 ottobre è importante votare Sì per fare in modo che città come Crema, Cremona o Casalmaggiore possano avere più risorse per lo sviluppo e il welfare. In ballo ci sono cifre enormi che potrebbero cambiare in meglio la vita delle persone. Solo in riferimento ai tre centri urbani che esercitano il ruolo di comuni capocomprensorio, infatti, parliamo di oltre 650 milioni di euro. Se anche solo una parte della differenza fra ciò che le tre città strategiche producono in termini di gettito fiscale e ciò che ricevono da Roma fosse impiegato a livello locale i cittadini cremaschi, cremonesi e casalaschi potrebbero contare su strade migliori, scuole migliori, trasporti migliori. In sintesi: servizi più convenienti e più efficienti. 

Negare questa prospettiva significa cedere all’inganno dell’ideologia come succede alla sinistra radicale e ai nostalgici del Pd che non riescono ad uscire dal tunnel di una irresponsabile contrapposizione. Fortunatamente autorevoli sindaci del partito di Renzi, come il primo cittadino milanese Giuseppe Sala e o il collega bergamasco Giorgio Gori, hanno appoggiato il referendum voluto da Lega Nord e Forza Italia. Un approdo al quale sono arrivati anche gli esponenti del Movimento 5 Stelle che si sono spesi positivamente ai fini dell’attivazione dell’iter per il referendum che beneficia dell’importante dono della trasversalità sul piano politico. Una prova del fatto che l’iniziativa non ha nulla ha a che fare con la secessione o l’indipendenza, mete reputate nocive e irrealizzabili dagli stessi promotori.

La necessità, che sul territorio ha convinto primi cittadini come Stefania Bonaldi e Gianluca Galimberti, è una sola: assicurare più risorse per la crescita. Se altri, come il segretario provinciale del Pd Matteo Piloni, la pensano diversamente è perché non hanno la responsabilità di amministrare in prima persona le comunità oppure, è il caso di Piloni, peccano di miopia. Un’amministrazione più efficace non può prescindere, vista l’avidità dimostrata dallo stato centrale, da una dotazione di maggiori risorse. Un traguardo che può essere ottenuto solamente attraverso un esteso pronunciamento popolare.

Votare Sì, dunque, è un atto di umile e pratico buon senso. Ma è anche un atto di responsabilità davanti allo sforzo eroico dellle imprese e dei lavoratori lombardi che hanno il diritto di non veder vanificati i frutti del loro lavoro dal cancro del lassismo assistenzialista. E’ un diritto sacrosanto e inviolabile. E come ogni diritto ha un costo ineluttabile dal momento che per attuare politiche adeguate è indispensabile avere i soldi per farlo. Qui non si ruba nulla. Ma nemmeno si vuole continuare ad essere derubati. (Roberto Bettinelli)

 

 

 

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